Numero 15 - Giugno 2020

Questo numero si esprime con un varietà di direzioni di ricerca. Non a caso il sottotitolo della rivista riguarda l’interdisciplinarità presente nelle scienze dell’educazione. Si sa che la pedagogia è una scienza plurima ed essa ‘corrisponde’ al suo oggetto: l’educazione, intesa come evento sociale, complesso e multiforme, per questo la pedagogia attinge a contributi e prospettive da altre scienze. L’interdisciplinarità che si evidenzia in questo numero è di due specie. La prima riguarda il fatto che tutti i contributi sono come in dialogo tra loro, pur con le loro specificità, in modo che il lettore possa crearsi una trama di corrispondenze, riferimenti e richiami di tipo dinamico: trama che si manifesta per la sua complessità, da crearsi e ricrearsi.
Ramon Panikkar, ne Lo spirito della parola, introduce l’idea del dialogo dialogante che egli applica al rapporto tra persone e culture ma che può far riferimento anche all’incontro tra discipline (lungo quanto si è detto poc’anzi), in quanto il significato di un pensiero, di un concetto, di una parola non risiede solo esclusivamente nella nostra tradizione ma viene portato avanti nell’incontro dialogico stesso. Si tratta di non rimanere ancorati a significati inflessibili, stabiliti una volta per tutte, per aprirsi ad una dimensione condivisa. Il dialogo dialogante, afferma Panikkar non si limita ad allertare la nostra umanità, ma la trasforma.
La seconda specie di interdisciplinarità è insita in ciascun contributo; c’è un taglio prevalente che può essere didattico (come nell’esposizione di Grzadziel,) o psicologico (come nel caso dello scritto di Marco Zuin) o socio-educativo (come nel pezzo sui giovani di Simone Stocco) o etico-pedagogico (come nell’articolo di Adamoli) senza trascurare apporti, spiegazioni e punti di riferimento provenienti da altre discipline. Il lettore si accorgerà di un fatto importante per la propria formazione: ciò che apprende dalla lettura e dalla riflessione su di un contributo gli sarà di aiuto per comprendere anche il senso degli altri, in un processo di continuo ripensamento (è così che funziona la trasversalità formativa), così che le chiavi interpretative elaborate possano essere avvicinate o applicate in senso letterale e/o metaforico (fonte di stimoli e intuizioni), rispettando sempre il cosiddetto livello soglia. È questa la formazione, come dice Gadamer, a cui si può riferire l’attuale dimensione della competenza che è debitrice delle virtù elencate da Seneca.
Facendo un breve riassunto dei contributi qui presentati, si inizia con Grzadziel che espone una sua interessante sperimentazione di uso dell’e-portfolio nella didattica universitaria, riflettendo su alcune domande chiave in merito all’esperienza condotta. Sempre in linea con questo filone tematico si distingue l’articolo di Matteo Adamoli il quale propone una interpretazione della Media Education come mediazione etica ed intelligente, fondante la relazione educativa, per approcciarsi al digitale in forme consapevoli, mentre l’analisi ed acuta riflessione di Simone Stocco e Salvatore Capodieci fa luce sulla generazione Z. L’intento degli autori è ben esplicitato sia nell’introduzione che nella metodologia di ricerca: «Uscire incontro ai giovani per studiare l’adolescenza non a partire dai testi, ma in ascolto delle testimonianze di persone concrete, ciascuno con la propria storia da raccontare». La ricerca si è configurata così come ricerca-azione con implicazioni socioeducative importanti. Da parte loro, Anna Comacchio e Mario Bolzan, riportando i risultati di un progetto di ricerca a più mani, fanno luce su come l’analisi funzionale possa promuovere il benessere della persona, da molteplici punti di vista, incidendo così sulla prassi psicologica e psicoterapeutica.
In tale contesto non è da trascurare il ruolo che possono svolgere le diverse valenze dell’intelligenza: il lavoro compiuto da Marco Zuin, in collaborazione con i tirocinanti neolaureati dell’Istituto, ha come oggetto di studio le modalità con cui si esprime e funziona l’intelligenza emotiva.
Anna Chiara Pignaffo, dell’équipe di Gino Soldera, riprendendo una attività che ha dato nel tempo i suoi frutti, si focalizza sulla prima ora vissuta dal bambino nell’ambiente extrauterino (la Golden Hour neonatale), mostrando come questo impatto verso una nuova fase vitale sia importante per il consolidarsi di legami significativi nel contesto dinamico della triade parentale.
Sempre a proposito della interdisciplinarità e della dimensione trasversale, Carolina Scaglioso fa una interessante disamina sul processo di interconnessione (cognitiva e non) nell’ambito della pratica musicale, giungendo a proporre l’ipotesi di un «bilinguismo musicale».
Da ultimo, ma last but not least, una interessante esperienza portata avanti da alcuni studenti dello IUSVE, studenti particolarmente dotati, all’interno di una cornice denominata Caffé letterario. Enrico Orsenigo e Marco Marcato riportano tematiche e questioni (domande, interrogazioni, ricerca) sorte all’interno di questo gruppo autogestito, il quale testimonia, ancora una volta, come l’approccio interdisciplinare sia fecondo.

Che dire, allo stato attuale delle cose? Si potrebbe arguire che la vera tecnologia non risiede solo in quella che fornisce strumenti e che ampia le facoltà e i poteri dell’uomo (come affermava il Bruner cognitivista, anteriore ai suoi studi sulla psicologia culturale), quanto si evidenzi primariamente nella cosiddetta tecnologia del sé (riprendendo Foucault). Un tipo di tecnologia rivolta agli altri, si aggiunge, sulla scia di quanto afferma Papa Francesco a proposito del discernimento ignaziano, che poi si traduce nella vexata quaestio (già esposta nelle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca): «Siamo capaci di saper condurre bene le nostre vite?». Insomma, tutte le altre forme di tecnologia sono importanti ma … vengono dopo. Gli articoli di questo numero ce ne danno una prova e ulteriori stimoli.