Numero 6 - Dicembre 2015

Lungo la pista ciclabile che va da Valdaora di Sopra (Oberolang) a Dobbiaco (Toblach) in Val Pusteria, e che fa parte dell’intera Puster Bike della Valle, si possono trovare vivaci cartelli dipinti che ricordano al ciclista o al camminatore i diritti umani fondamentali: diritto alla pace, alla vita, alla religione, alla libertà, all’educazione, agli affetti e alla famiglia, alla libertà di pensiero e di espressione, e così via.

Lo stesso avviene lungo il percorso che porta alla Barbiana di Don Milani: ci si imbatte in iscrizioni su legno che si rifanno alla Costituzione, in termini di diritti umani. Ben venga allora il convegno annuale IUSVE del 2015, a testimonianza di una esigenza sentita e diffusa; il tema infatti è: Human Rights. Educazione ai diritti umani e alla giustizia nella ‘società liquida’.

Il numero qui presentato raccoglie, come è ormai tradizione di questa giovane rivista, gli Atti del convegno, che si è articolato in tre direzioni.
La prima direzione ha riguardato i fondamenti etico-giuridici; la seconda ha riferito
sui risultati di due ricerche sul campo; la terza ha riportato testimonianze e agganci multidisciplinari, per giungere alla ne ad una performance sul tema dei diritti, cui hanno partecipato studenti e docenti.

Giovanni Maria Flick, già Ministro di Grazia e Giustizia nel primo Governo Prodi e Presidente della Corte Costituzionale, professore emerito di Diritto penale all’Università LUISS di Roma, ha iniziato la sua prolusione al convegno sul tema Elogio della dignità.
La dignità umana va concepita in forma positiva (ecco il richiamo ai diritti) e non solo in chiave negativa (nel senso che viene quasi quotidianamente calpestata): essa segna il ponte tra il passato, il presente e il futuro (da qui la necessità dello ‘studiare’ per gli studenti universitari), anche perché segna l’identità dell’uomo, il suo modo di essere, sia in generale che in particolare; quindi la dignità circostanziata della donna, del bambino, del malato, dell’anziano, dell’immigrato, del clandestino. La dignità è un concetto polivalente che considera l’essere umano come tale, nel suo diritto ontologico, e come singolo nel concreto rapporto con gli altri e nelle varie condizioni di vita (si pensi, ad esempio, al detenuto).

La dignità, nella Costituzione italiana, è enucleata all’art. 3, ma anche all’art. 41 (la libertà di iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con la dignità), all’art. 36 (contro la violenza), all’art. 13 e all’art. 32.
La dignità umana è una nozione da ‘maneggiare’ con cura. In ordine a ciò, c’è un altro binomio importante e problematico: il binomio dignità-sicurezza, visto l’attuale scenario geopolitico che impone di trovare un equilibrio equo e sostenibile tra questi due valori. La dignità, in ne, è alla base del rispetto della condizione umana, in tutte le sue sfaccettature: essa è il valore che concilia uguaglianza e diversità e di cui assicura la saldatura attraverso la solidarietà.

Occorre ancora una volta ‘indignarsi’ in senso positivo: non solo di ciò che capita all’estremo del mondo, ma anche di ciò che capita a casa nostra e ricordare che la dignità umana è la premessa per lo svilupparsi del modo di essere della persona, fondamentale per continuare a vivere.

Il lettore troverà in questi Atti anche l’intervento dell’On. Silvia Costa, deputato europeo, che ci ricorda le iniziative recenti dell’Unione Europea per i giovani: in particolare quelle riguardanti la formazione, il miglioramento delle competenze, le prospettive del lavoro giovanile e la partecipazione politica democratica tra i giovani, le quali, pur nel dif cile periodo che stiamo vivendo, possono contribuire ad avviare una sorta di condivisione delle

decisioni e sviluppare un più incisivo dialogo tra il vertice e la base. In questo senso, l’invito nale a recarsi a Bruxelles, rivolto a studenti e docenti, potrebbe essere una s da lanciata allo IUSVE.
Le due ricerche sul campo, svolte dal CES Don Bosco di Madrid e dallo IUSVE di Venezia focalizzano la seguente problematica: Percezione della giustizia e dei diritti umani presso gli studenti universitari IUSVE e CES Madrid. La prima è stata condotta e relazionata da Sabino de Juan Lopez e dalle sue collaboratrici Elena Fernández Martín e Mercedes Reglero Rada; la seconda da Fabio Benatti, Christian Crocetta e Davide Marchioro (con la supervisione

di Arduino Salatin). Tale ricerca si è sviluppata in forma comparativa a partire dal 2013, su proposta dell’Università Cattolica di Brasilia (UCB) e della locale cattedra Unesco di educazione ai diritti umani (si veda, a tale proposito, la recensione a ne volume del testo Direitos Humanos na Pedagogia do Amanhã).

Utilizzando un comune strumento di rilevazione, le ambedue indagini, il cui progetto si svilupperà più compiutamente nelle prossime scadenze future, esprimono il loro intento di ripensare l’offerta formativa delle due università e sensibilizzare i giovani ai diritti umani, nell’esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile. Come si potrà notare, molte sono le analogie tra le due ricerche, in base ai primi risultati ottenuti, ma anche qualche divergenza emerge, come avviene di solito in tutte le ricerche di tipo comparato: una antinomia/dialettica between convergencies and divergencies (citando Roberto Cowen, dell’Institute of Education di Londra).

Attraverso le medesime categorie di rilevazione adottate si evincono alcune linee di
tendenza che possono essere utili per una comprensione più sottile degli atteggiamenti, dei comportamenti, delle idee, dei signi cati, degli stimoli che i giovani studenti hanno rispetto
a tali assunzioni di principio. Non a caso il contributo di Madrid si sussegue subito dopo quello dell’équipe italiana, in forma consequenziale, lasciando così la possibilità al lettore di avanzare le sue personali considerazioni.
La tavola rotonda ha permesso di interpretare i diritti umani da altri punti di vista (ovviamente non esaustivi), in chiave polivalente (come affermato da Flick) richiamandosi implicitamente al fondamentale testo di John Dewey Democrazia ed educazione, accennato dal moderatore nell’introduzione alla stessa. In questo numero sono riportati i contributi speci ci di due dei tre relatori, Nevio Brunetta e Roberta Altin; contributi che si riferiscono agli interventi effettuati alla tavola rotonda.
Nel pomeriggio, invece dei tradizionali workshops si è pensato di coinvolgere studenti e docenti in una performance teatrale (teatro-forum) condotta da Laura Elia (di cui si sottolinea lo stimolante ed appropriato intervento in questo numero) in modo che la tematica sui diritti (in particolare il diritto al lavoro) non si esprima solo attraverso una sua affermazione teorica, importante ma non suf ciente, ma si riferisca alla prassi quotidiana, esercitata e vissuta: cercando così di ridurne l’utilizzo nelle sue forme retoriche. Il laboratorio teatrale, che
si ispira alla pedagogia di Paulo Freire, utilizza le tecniche e gli esercizi del Teatro degli Oppressi di Augusto Boal.
Cliccando qui si potrà seguire il video della performance.
Concludo questo editoriale, facendo riferimento ad un agile volumetto di Salvatore Settis, già Direttore della Scuola Normale di Pisa, dal titolo Il mondo salverà la bellezza? (Milano, Ponte alle Grazie – Salani, 2015). Parafrasando la celebre frase del principe Myškin (ne L’Idiota di Dostoevskij), «La bellezza salverà il mondo», Settis propugna un’etica dell’individuo e della comunità insieme, sostenendo la superiorità del futuro sul presente. Ci sono, egli dice, tre tipi di lontananza. I lontani da noi nel tempo (la memoria del passato), i lontani nello spazio e una terza specie di lontananza: chi invece è vicino a noi, è simile a noi eppure è lontano da noi.
In questa «empatia» verso i ‘lontani’ di ogni tipo si inseriscono i diritti umani che valgono
sia nella dimensione sincronica, del presente, sia in quella diacronica, che lega il presente al futuro. Sono i diritti delle generazioni future, che si sintetizzano nel binomio Ambiente e vita, che a guardar bene è «[...] una nozione sola, e non solo perché la vita deve svolgersi entro l’ambiente e ne è fortemente in uenzata ma anche perché l’ambiente è costituito dalla somma e dall’interazione fra numerosissime e diversi cate forme di vita» (p. 30). Si deve pertanto costruire una «utopia-progetto pienamente ragionata» (imbevuta di valori e di realismo, in una dinamica antinomica), proiettata verso un futuro possibile. Da ciò nasce un’etica della lontananza, un’etica del futuro, un’etica del bonum commune: qui sta la capacità del mondo di creare e salvare la bellezza in tutte le sue forme. E la letteratura ha la sua imprescindibile funzione: non a caso il libretto di Settis termina con la citazione di una poesia di Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici (in Res Amissa, Milano, Garzanti, 1991).

Buona lettura. Roberto Albarea