Numero 11 - Giugno 2018

Alcune delucidazioni sul contesto in cui vanno inseriti gli articoli di questo numero.

Gli autori di due di essi (Vannini e Meneghetti) appartengono al Dipartimento di Scienze e Tecnologie della Comunicazione dello Iusve.

Giovanni Vannini (Digitale e consapevole: educatori e infrastrutture educative per il XXI secolo) partendo da una panoramica complessa del digitale: open source, virtuale, realtà aumentata, connettività, dispositivi mobili, rete, robotica, social media, pericoli e intrusioni varie (hackers) affida all’educazione un grave ed epocale compito: niente di nuovo si direbbe, ma questo lo dice non un pedagogista o un insegnante, né un educatore, ma un esperto dei media, avvalorando ancora di più l’ipotesi che solo con la consapevolezza e la padronanza (competenza?) si possono gestire le illusioni e le deviazioni, nonché le potenzialità del digitale. Si afferma così, ancora una volta di più, l’importanza dell’‘effetto San Matteo’ che rappresenta il secondo divario digitale. Norberto Bottani, ricercatore internazionale (OCSE e CNR, a Ginevra), rifacendosi alla parabola riportata dal Vangelo di Matteo, dice a proposito dell’uso delle tecnologie che «ogni nuova risorsa viene ripartita in proporzione a quanto già si possiede». Questo significa che chi possiede già dotazioni culturali (le tradizionali capacità sviluppate in famiglia e a scuola) sarà maggiormente in grado di padroneggiare e gestire in senso critico le potenzialità della tecnologia mentre chi non avrà adeguate situazioni di partenza e gli strumenti culturali ‘tradizionali’, per impiegarla in modo significativo, sarà assorbito e strumentalizzato dalla stessa. Quindi lasciare spazio alla lettura, allo studio (nelle sue molteplici varianti), all’osservazione, e così via, per avventurarsi, non prima, nel mondo della rete. Questo discorso porta immancabilmente verso una prospettiva di esercizio della cittadinanza (non solo digitale).

Carlo Meneghetti (La persona sempre al centro, una prospettiva della teologia della comunicazione) ha evidenziato alcune caratteristiche dell’insegnamento di Teologia della comunicazione, di cui è docente allo Iusve. Partendo dalla relazione educativa e dall’esperienza vissuta da parte degli studenti, egli ne illustra i cinque fondamenti: porre la persona al centro (secondo l’ottica personalistica e salesiana) considerando come la comunicazione, in ogni momento, abbia il compito di legare, avvicinare, incontrare l’altro e l’altrove; progettare ‘qui e ora’, proponendo l’analisi e la produzione di percorsi che siano legati al tempo presente, considerando ogni atto educativo-comunicativo da porre in atto, per entrare in relazione e in ‘comunione’; vedere la TdC come terreno fertile di incontro tra le varie discipline, come opportunità per rapportarsi ad ogni età della vita e luogo che permette di proiettarsi oltre l’orizzonte del ‘si è sempre fatto così’; permettere allo studente di trarre spunto dal suo bagaglio culturale-culturale per personalizzare il suo percorso identitario; infine rendere la disciplina un topos di riflessione per una professione (quella relativa all’ampio spettro sorto dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione) che continuamente rischia di conformarsi a creatività pubblicitarie spersonalizzanti e ad adagiarsi su espressioni standardizzate. Insomma, un supplemento d’anima (come diceva Henri Bergson) in un ambito fortemente condizionato dal tempo presente.

Manuela Paiusco (Complessità nella sfera degli apprendimenti scolastici o ‘semplificazione’ istituzionale?) psicologa e psicoterapeuta, facendo tesoro della sua prolungata esperienza in una équipe multiprofessionale, nell’ambito dei servizi publici di consulenza relativi alla famiglia, alla scuola di ogni ordine e grado e all’età evolutiva, sottolinea come le richieste manifeste di intervento, legate a problemi/disturbi di apprendimento, siano state sempre elevate, ma che in questi ultimi anni si sia giunti a picchi estremamente preoccupanti. Da qui, l’articolo cerca di analizzare lo stato attuale del Servizio territoriale di Neuropsichatria Infantile, il quale si trova di fronte alle variegate espressioni del ‘disagio scolatico’ (suddivise in tre macro-aree). È importante farne un attento monitoraggio, il quale deve condurre a prefigurare cambiamenti profondi a livello istituzionale nei rapporti tra realtà scolastica e sanitaria, concentrandosi primariamente sulla maggiore diffusione delle difficoltà a livello scolastico, fenomeno questo che non può prescindere da una riflessione sul vasto mondo della conoscenza e degli apprendimenti.

Mara Giglio del Dipartimento di Psicologia dello Iusve (L’organizzazione irrazionale tra limiti, buoni auspici e possibilità) affronta un tema di estrema delicatezza ed importanza. Partendo dal paradigma relativo alle organizzazioni complesse, l’autrice fa emergere l’ipotesi sottostante al suo lavoro: e cioè che, utilizzando approcci provenienti dalla psicologia clinica – con l’auspicio di uno sguardo multidisciplinare di ampio respiro – sia concretamente possibile, da parte di tutti gli attori organizzativi, contribuire allo sviluppo di un’organizzazione più consapevole, ritrovando con ciò significato e collocazione personali all’interno di un’esperienza quotidiana di lavoro permeata da fenomeni irrazionali (si tratta del concetto di interpenetrazione che sta alla base dell’approccio sistemico). Si capisce dall’intero contributo, e soprattutto dalle sue conclusioni, a proposito del rapporto tra leader e collaboratori, che la questione acquista un duplice carattere. Il primo è quello relativo all’efficienza organizzativa: collaboratori che non abbiano sufficiente libertà di movimento e che siano completamente subordinanti e acquiescenti al potere del leader non funzionano e ledono le stesse relazioni interpersonali all’interno del sistema; il secondo è esplicitato dall’autrice: si tratta della questione attinente l’etica del lavoro, la quale dovrebbe accordare i bisogni dell’individuo con quelli dell’organizzazione. Senza libertà di azione e senza fiducia reciproca non esiste organizzazione che abbia vita lunga.

Come d’uso, la rivista ospita anche contributi particolarmente rilevanti di laureati presso l’Istituto: è la volta di Luciana Laurora, la quale presenta l’articolo (tratto dalla tesi della stessa, relatore il prof. Mario Magrini, psicoterapeuta e docente a Psicologia), dal titolo: Maternità e gravidanza. Analisi psicodinamica dell’esperienza procreativa. La maternità rappresenta una chiave di volta per la realizzazione dell’identità femminile (vedi il numero scorso della rivista che contiene gli Atti del convegno 2017 su: Giovani e identità: costruzioni del sé e nuove relazioni). Vi vengono analizzati processi antinomici: l’Io corporeo-psichico della donna tiene le redini di questa esperienza oscillando tra le polarità di unione e separazione, attività e passività, sacrificio masochistico e affermazione aggressiva di sé, ritenzione ed espulsione. Qualcosa su cui riflettere, non solo come professionisti.

Particolarmente intessante, con alcuni elementi indubbbiamente originali, si presenta il contributo di Daniele Callini (Iusve) e Anita Felisatti in cui, si può dire, si prospetta un nuovo tipo di paradigma: il confine (il Border) che separa e, al contempo, favorisce il passaggio dalla ricerca-azione alla ricerca-formazione, dimostrando come le ricerche più proficue che si sviluppino sono quelle che non si chiudono nei propri ambiti epistemologici, ma si aprono a collaborazioni diverse (la ‘vecchia’ lezione di Carmela Metelli di Lallo): in questo caso tra un sociologo dell’educazione e una psicologa. In due parole: è la conoscenza e l’azione che si riuniscono nella formazione dell’identità indidividuale e collettiva del Sé (è la cosiddetta autovalutazione, già sottolineata da Jerome Bruner, in The Culture of Education, Cambridge, Mass., 1996). Un approccio gravido di indicazioni teoriche e pragmatiche.

Il gruppo di ricerca composto da Andrea Porcarelli (Unipd), Gabriella Giulia Pulcini, Mauro Angeletti e Valeria Polzonetti (Unica) fa una analitica ricerca sugli strumenti per l’orientamento universitario, fornendo altresí i risultati di una sperimentazione sul campo. Si tratta del questionario denominato CAMEA40 (2014), per la prima volta impiegato in Italia, il quale ha lo scopo di rendere lo studente consapevole del suo modo di procedere per apprere ed indirizzarlo al miglioramento di quelle competenze trasversali che lo rendono capace di ‘imparare ad imparare’. Vengono esplorati gli stili di apprendimento, focalizzanosi sugli aspetti metacognitivi, avvicinandosi a introdurre la conoscenza della conoscenza (una variante, se si vuole, della epistemologia classica) riferita a quegli studenti che, nello scegliere progetti di vita, lavorativa e non, vogliono conoscere meglio se stessi. Il contributo afferma come ci si rivolga: «a quegli studenti universitari dei corsi scientifici che restano orfani, rispetto agli studenti dei corsi umanistici, di un’occasione per apprendere la natura della conoscenza e il modo in cui essa avviene».

Ottimo intento, si potrebbe ipotizzare un analogo tentativo (operazione inversa o simile) verso quegli studenti dei corsi umanistici, elaborata ovviamente su altre basi.

Alla fine, tutti i contributi cercano di ‘aggredire’ la società dell’incertezza da varie angolazioni, proponendo diversi e peculiari canoni, così come avviene oggi nelle società tardo-moderne e pluralistiche. Al di là delle spiegazioni lineari e ottimistiche di stampo ottocentesco, sembra che la crisi del principio di razionalizzazione, l’abbandono delle grandiose prescrizioni circa il futuro, prossimo e lontano, nonché l’importanza riconosciuta delle dinamiche interpersonali nei diversi contesti nelle organizzazioni, abbiano condotto ad assumere approcci più cauti nei confronti dei cambiamenti, così che il paradigma ‘costruttivo’ della modernità non si accompagni alla esasperazione dei suoi elementi distruttivi, in un corto-circuito di progresso e regresso, come ha sottolineato Claudio Magris in Utopia e disincanto, (Garzanti, 1999). Ma, per chi scrive, non è detto che non si possa lavorare anche sulle irrazionalità, non escludendole, cosa improponibile, ma recependone la carica positiva e filtrandole in una oculata gestione. Da alcuni anni, infatti, si parla in ambito anglosassone di Transitologies, di Rules of Chaos, nei sistemi educativi e, per converso, nel sociale (Robert Cowen), di gestione della instabilità nelle Late Modern Societies (vedi la recensione su Tenersi nell’instabile, in questo numero) in modo che si tengano maggiormente presente i comportamenti e le decisioni umane segnate dai paradossi, dall’irrazionalità (sia apparente che sostanziale), dalle antinomie, dall’umorismo (come fa Tomasin).

Rilevante, pur nella sua sinteticità, la testimonianza di Olga Bombardelli (Unitn), relativa ad una sua partecipazione al convegno internazionale, ad Astana, nel Kazakistan, dal titolo: Lifelong education: continuous education for sustainable development (da leggere tenendo conto del contesto, quasi sconosciuto per noi occidentali).

Alcune recensoni completano il tour della rivista.

Buona lettura.