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Numero 2 - Dicembre 2013

Questo è il secondo numero della nuova rivista dello IUSVE, consultabile on line.

Esso raccoglie alcuni contributi dei tre Dipartimenti, Pedagogia, Psicologia e Comunicazione, come si era già annunciato nell’editoriale del primo numero. D’altra parte il sottotitolo parla chiaro: rivista interdisciplinare dell’educazione, secondo la prospettiva assunta oramai da molte altre riviste, nazionali ed internazionali.
Non sembra inutile ribadire anche in questo secondo editoriale ciò che costituisce il proprium della rivista.
Essa si pone, in primo luogo, come espressione della comunità educativa, scientifica ed etica dell’Istituto di Venezia, docenti e studenti compresi, e si rivolge a tutti coloro che sono in contatto con le iniziative e le attività proposte e implementate dallo IUSVE, nello specifico: master, corsi di riqualificazione e aggiornamento, stage, convegni, e così via.

Si tratta, quindi, di una interdipendenza tra le tre sezioni di cui è composto lo IUSVE, all’insegna delle finalità propriamente salesiane, che sono finalità educative rivolte ai giovani e al loro futuro, con in più una attenzione alle aree di frontiera (o di confine) tra le discipline; le zone di cui parlava Carmela Metelli di Lallo nel suo Analisi del discorso pedagogico (1966), che sono quelle in cui fruttificano meglio le ricerche più originali e ‘di frontiera’. Non a caso il nome doppio o triplo di alcune recenti discipline dimostra la fattibilità e la necessità di tale approccio.
La rivista, inoltre, reca con sé anche l’intento di presentarsi a ricercatori e studiosi di altre istituzioni, in modo che si possa parlare di un dialogo proficuo interno/esterno. Una rivista, insomma, che vuole rispondere alle esigenze di ricerca e alla ‘gioia del conoscere’ (parafrasando Jacques Maritain) e del dibattere di tutte le componenti dell’Istituto e di chi dall’esterno sarà sensibile alle tematiche affrontate e vorrà offrire il proprio contributo.
 E veniamo a questo numero.
 Esso presenta quattro saggi propriamente pedagogici, tre contributi di elaborazione psicologica, due apporti dalle scienze della comunicazione.

Il saggio di Lucio Guasti intende stabilire un rapporto tra epistemologia e formazione delle teorie. Gli insegnamenti che appartengono alla struttura del curricolo universitario dovrebbero avere sempre, come proprio fondamento, una definita teoria, perché l’Università è la sede propria per questa tipologia d’indagine. Tali osservazioni, che si snodano lungo interessanti reti concettuali ed espositive, conducono al punto cruciale dell’intervento, il quale ribadisce il fine verso cui tutte le ricerche sui fondamenti dovrebbero tendere: quello di pensare alla costruzione di un nuovo umanesimo di cui si sente ampiamente il bisogno.

Il contributo di Roberto Albarea, riprendendo alcune osservazioni di Giovanni Maria Bertin e di Jacques Maritain, avverte come uno
dei topic nel quale possano interagire il senso di ragione, l’istanza educativa, la sensibilità e l’attenzione al vivere sociale, (ingredienti dissolti nell’agire etico dell’educatore) sembra essere il ‘fare comunità’. Tale dimensione è rivisitata alla luce della contemporaneità, recuperando il passato, per il presente e il futuro, per arrivare a gestire pratiche democratiche e conviviali come opportunità di apprendimento e di autoapprendimento, recependo altresì le proposte urbanistiche dell’architettura (Social Housing), a livello internazionale (Biennale di Venezia).

Il contributo di Vincenzo Salerno è diviso in due parti: la prima esplora i significati di inclusione sociale da molteplici punti di vista, pedagogici, filosofici, sociali, e secondo la peculiare visione educativa salesiana. La seconda parte descrive le opportunità educative offerte dall’Associazione La Viarte, attraverso una presenza attenta e diretta sul territorio antropologico di riferimento (la ‘bassa friulana’) e una attività esperienziale con i giovani, i genitori e le comunità ecclesiali, configurandosi come un insieme che integra dinamicamente pedagogia del desiderio, pedagogia dell’amore e pedagogia della comunità.

L’articolo di Giuseppe Tacconi descrive un’esperienza formativa che ha coinvolto un gruppo di insegnanti nell’analisi delle proprie storie di formazione e che, proprio per questo, ha assunto valore euristico, configurandosi pertanto anche come percorso di ricerca.
L’articolo illustra come sia stato possibile sperimentare il valore trasformativo, sia a livello personale che professionale, del costruire insieme conoscenza, condividendo narrazioni, modi di essere e gestione delle relazioni educative.

I due saggi dell’area delle scienze della comunicazione esplorano temi che hanno riflessi non secondari nella formazione di una sensibilità educativa a tutto tondo: le espressioni artistiche, nelle loro diversificate modalità, riguardano dimensioni imprescindibili dell’essere umano e contribuiscono, in virtù del loro linguaggio affascinante e stimolante, a quella costruzione di un nuovo umanesimo di cui parla Lucio Guasti.

Il lavoro di Arianna Novaga, riguardante la concezione della fotografia as theatre, dimostra come questa espressione artistica, paradigma dell’immagine contemporanea, si sia affrancata dagli schemi estetici all’interno dei quali era rimasta intrappolata per troppo tempo e, attraverso una mediazione tra elementi tematici derivanti da altri settori, sembra aver rinnovato la propria matrice identitaria, costituita principalmente da pratiche di elaborazione e di fruizione mutuate dal teatro.
È così che «la messa in scena», in fotografia, recependo suggestions di tipo poliespressivo, sostenuta da indagini storiografiche e aperta ai dialoghi fra discipline e alle zone di frontiera fra esse, può proporre elementi del vivere personale e sociale, dare forma all’esperienza inventiva umana attraverso l’immagine.

Anche il contributo di Chiara Bertato affronta una tematica di indubbio interesse educativo: la ricerca analizza e definisce i codici comunicativi storico estetici del brutto nell’arte per delineare i caratteri del cattivo gusto estetico in divenire, attraverso una disamina storica, e per giungere a prospettare i tre tipi di fruitori oggi esistenti: il pubblico d’élite, il pubblico di massa e il pubblico diffuso. Il meta progetto esposto dall’Autrice si pone il compito di sviluppare coscienza di gusto per liberarsi proattivamente e quotidianamente da stereotipi e pregiudizi e riuscire a comprendere criticamente e condividere la sensibilità diffusa nella propria contemporaneità.
Questo per affermare come l’arte sia uno specchio che rimanda la percezione di ciò che si è, di ciò che è stato e di ciò che sarà.

Il trittico di elaborazione psicologica porta a riflettere su alcuni lavori (case study, ricerca sul campo, riflessione scientifica) che hanno
come focus percorsi ed interventi che sono da ricondurre nell’alveo di quell’ampio settore che si situa tra lo psicologico e l’educativo.

In effetti, il progetto di Elisabetta Colaci e di Carlo Andrea Robotti si presenta come una ricerca longitudinale su un Case Study in cui è stato utilizzata la Adult Attachment Interview, da cui poi si é partiti con il percorso terapeutico. Attraverso la terapia danza-movimento, scandito da azioni (percezione dei confini personali, significato dello sguardo degli altri su di sé e quello proprio del soggetto verso gli altri, esigenza di protezione e di rassicurazione, verbalizzazioni dell’esperienza e del percorso intrapreso, ecc.) si è giunti alla espressione di movimenti spontanei e alla delineazione di un futuro terapeutico in cui si possa distinguere «tra ciò che è minacciato da ciò che minaccia».

Sullo stesso tema intorno allo stile di attaccamento, che fa da sfondo
al lavoro di Colaci e Robotti, si esprime Davide Marchioro, questa volta esaminando il rapporto di attaccamento tra educatrice e bambino, con soggetti provenienti dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia.
 Si tratta di una ricerca sul campo, con rilevazioni da campione,
 che si è posta il compito di analizzare le associazioni tra l’oggetto transizionale e le caratteristiche di tale relazione. I rapporti reciproci di attaccamento tra adulto (educatrice, madre) e bambino vengono perlustrati con meticolosità attraverso una esposizione dei dati; l’Autore utilizza un determinato «modello interpretativo», quello relativo all’approccio psicodinamico allo sviluppo del pensiero, che comunque resta un modello cui riferirsi, (il cui ricorso risulta necessario ma non esaustivo), in quanto lo psichismo ha una complessità irriducibile ad un solo modello o prospettiva interpretativa.

Il contributo di Fabio Benatti esplora un tema particolarmente attuale: il rapporto tra disabilità e maltrattamento ed abuso verso l’infanzia e l’adolescenza. L’articolo esamina accuratamente i casi
di trascuratezza, maltrattamento e violenza sessuale, riportando
dati e ricerche sul tema e recependo le correlazioni significative del fenomeno con altre variabili intervenienti sui casi. L’Autore, facendo il punto altresì sui rischi educativi e psicologici emergenti da tali circostanze, avverte come debbano esser messi in atto particolari percorsi di istruzione ed avviare campagne di prevenzione a livello socio educativo, così da evitare ed ostacolare possibili derive di strumentalizzazione dei minori disabili, soggetti deboli e potenziali vittime dei reati a sfondo sessuale.

Sta al lettore rintracciare le possibili convergenze o divergenze tra i vari contributi: le ‘voci’ qui esposte sono derivate dal loro peculiare contesto di studio e di riflessione, ma con questo si tratta di impegnare il lettore a ricercarvi connessioni, interrogazioni, interpretazioni, stili espressivi e comunicativi, in un processo di testo/contesto, in una attività di reductio (il ‘ricondurre’) che ha come finalità il dialogo fra orizzonti diversificati ma comunque implicati in una logica di educazione e di autoformazione.

Si ringrazia, last but not least, Jeff Wall e Gianni Franceschini, che hanno messo a disposizione della rivista le immagini di alcune loro opere che arricchiscono i contenuti espressi.

Numero 1 - Luglio 2013: Un nuovo inizio

Questo è il primo numero di una nuova rivista, espressione dello IUSVE, l’Istituto Universitario Salesiano  di Venezia, aggregato alla Università Pontificia Salesiana di Roma e membro della rete mondiale delle IUS (Istituzioni Universitarie Salesiane).

La rivista intende da un lato porsi in diretta continuità con il patrimonio editoriale e culturale accumulato nell’ultimo ventennio dalla “Rivista ISRE” (le cui pubblicazioni sono cessate nel 2012), dall’altro segnare una discontinuità attraverso un prodotto redazionale nuovo nel format e nella proposta di contenuti.

Stare “in between” o, meglio, in antinomica posizione tra continuità con il passato e la tradizione e discontinuità con essi, per rispondere alle autentiche domande di cambiamento, è anche uno dei presupposti delle scienze dell’educazione.
La nuova rivista infatti si colloca nell’alveo delle scienze dell’educazione assumendo l’interconnessione fra i tre Dipartimenti dello IUSVE: Pedagogia, Psicologia e Comunicazione. Infatti tutti e tre i Dipartimenti si pongono una triplice finalità: quella formativa e didattica, rivolta agli studenti dei vari corsi di laurea e dei master; quella scientifica, che intende offrire ricerche e riflessioni in ordine allo sviluppo delle competenze relative all’ambito educativo (competenze teorico-formative e competenze pragmatico-progettuali); e infine quella sociale fortemente legata alla tradizione di lavoro salesiana con i giovani.
In quest’ultimo caso si intende sottolineare come ogni operatore o professionista formato sia anche un cittadino e possa contribuire con la propria attività, (sia essa eminentemente pedagogica o psicologica o comunicazionale), con la propria persona, con le proprie conoscenze e qualità, a lavorare per un miglioramento della società.

In termini pedagogici possiamo dire quindi che lo IUSVE cerca di integrare il modello humboldtiano di università, poggiantesi sul binomio ricerca e didattica, con una più specifica finalità socio-educativa di tipo “glocal”, che non ha il “territorio” del nordest d’Italia quale esclusivo dominio di intervento, ma si propone di incidere positivamente sui propri contesti di esperienza in una prospettiva a carattere internazionale.
La rivista ha l’ambizione di voler porsi lungo questa direzione, in stretto collegamento con l’evoluzione dello IUSVE.
Essa avrà cadenza semestrale, di cui il primo numero sarà in formato sia digitale che cartaceo, mentre il secondo sarà solo in formato digitale.

Il primo numero riporterà gli Atti del Convegno di studio che lo IUSVE organizza annualmente, mentre il secondo sarà una raccolta di contributi, in miscellanea, strutturati nelle sezioni: Pedagogica,(PED), Psicologica (PSE) e Comunicazione (STC).
Proprio per trovare una zona di interconnessione fra i tre ambiti dipartimentali e quelli disciplinari, il tema del convegno 2013 è stato dedicato alla Digital Literacy. Pertanto in questo primo numero vengono riportati gli Atti del Convegno svoltosi il 20 aprile 2013 dal titolo: "Mai senza rete? Scenari e prospettive della digital literacy."
Esso si colloca in un più ampio percorso di ricerca che si è mossa a partire dalle seguenti questioni fondamentali: che cosa significa alfabetizzazione digitale oggi, quali conseguenze, positive e negative, e quali fenomeni essa induce, quale è il ruolo delle tecnologie digitali e dove trovare i suoi ancoraggi di senso.
La famosa etichetta di “nativi digitali” (introdotta da Marc Prensky) non appare oggi del tutto soddisfacente per spiegare esperienze, pratiche, processi di apprendimento mediati da tecnologie digitali.
Pensare che giovani e adulti siano dotati di capacità e competenze tali da renderli autonomi nei confronti dei nuovi media, a prescindere da un bagaglio di conoscenze pregresse, può comportare forti abbagli.
Questa riflessione si impone anche dal punto di vista istituzionale, perché può implicare una sottovalutazione del ruolo delle politiche pubbliche e scolastiche nell’affiancare i giovani nel loro percorso di conoscenza.
Dal punto di vista pedagogico, sociologico, psicologico ciò conduce ad assegnare a ciascuno una posizione predeterminata e predefinita, senza la possibilità di dare voce ai diversi significati o anche ai disagi che comportano le tecnologie.

Infine, dal punto di vista comunicativo, ciò è deleterio nel senso che dare per scontato il modo in cui i soggetti, giovani, adolescenti, bambini e adulti, interagiscono con i nuovi media, in virtù di un’ipotetica capacità innata o condizionata sin dalla tenera età, rischia di sottostimare le competenze necessarie per la comprensione critica di un testo, di un qualsiasi  ”testo” (anche le persone sono “testi”).
La digital literacy diventa così uno degli elementi centrali per andare oltre la retorica dei nativi digitali e per tentare di comprendere cosa sta accadendo oggi con tecnologie sempre più smaterializzate e addomesticate, per arrivare a discutere ed affrontare l’altro campo di studi e di fenomeni denominato Digital Citizenship.

In riferimento a tali riflessioni, questo primo numero della rivista  presenta i contributi degli esperti che hanno animato la sessione plenaria del seminario (a partire da Leslie Haddon, coordinatore di EU Kids Online), intorno al tema della relazione tra giovani, soggetti in età evolutiva  e nuovi media, cercando di coglierne nuovi nessi tra capacità, competenze, esperienze in un mondo interconnesso.
A seguire sono riportate le sintesi ragionate dei tredici workshops in cui si è articolata la seconda parte del convegno.
Il tema di questo numero, affrontato da più prospettive e senza intenzioni di tipo aprioristico,  rappresenta un primo passo verso un’opera di chiarificazione, di autoformazione, di sensibilizzazione e cautela sostenibile nei confronti di un fenomeno di massa in ascesa, comprendente grandi potenzialità, ma anche possibili rischi e derive.