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Numero 6 - Dicembre 2015

Lungo la pista ciclabile che va da Valdaora di Sopra (Oberolang) a Dobbiaco (Toblach) in Val Pusteria, e che fa parte dell’intera Puster Bike della Valle, si possono trovare vivaci cartelli dipinti che ricordano al ciclista o al camminatore i diritti umani fondamentali: diritto alla pace, alla vita, alla religione, alla libertà, all’educazione, agli affetti e alla famiglia, alla libertà di pensiero e di espressione, e così via.

Lo stesso avviene lungo il percorso che porta alla Barbiana di Don Milani: ci si imbatte in iscrizioni su legno che si rifanno alla Costituzione, in termini di diritti umani. Ben venga allora il convegno annuale IUSVE del 2015, a testimonianza di una esigenza sentita e diffusa; il tema infatti è: Human Rights. Educazione ai diritti umani e alla giustizia nella ‘società liquida’.

Il numero qui presentato raccoglie, come è ormai tradizione di questa giovane rivista, gli Atti del convegno, che si è articolato in tre direzioni.
La prima direzione ha riguardato i fondamenti etico-giuridici; la seconda ha riferito
sui risultati di due ricerche sul campo; la terza ha riportato testimonianze e agganci multidisciplinari, per giungere alla ne ad una performance sul tema dei diritti, cui hanno partecipato studenti e docenti.

Giovanni Maria Flick, già Ministro di Grazia e Giustizia nel primo Governo Prodi e Presidente della Corte Costituzionale, professore emerito di Diritto penale all’Università LUISS di Roma, ha iniziato la sua prolusione al convegno sul tema Elogio della dignità.
La dignità umana va concepita in forma positiva (ecco il richiamo ai diritti) e non solo in chiave negativa (nel senso che viene quasi quotidianamente calpestata): essa segna il ponte tra il passato, il presente e il futuro (da qui la necessità dello ‘studiare’ per gli studenti universitari), anche perché segna l’identità dell’uomo, il suo modo di essere, sia in generale che in particolare; quindi la dignità circostanziata della donna, del bambino, del malato, dell’anziano, dell’immigrato, del clandestino. La dignità è un concetto polivalente che considera l’essere umano come tale, nel suo diritto ontologico, e come singolo nel concreto rapporto con gli altri e nelle varie condizioni di vita (si pensi, ad esempio, al detenuto).

La dignità, nella Costituzione italiana, è enucleata all’art. 3, ma anche all’art. 41 (la libertà di iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con la dignità), all’art. 36 (contro la violenza), all’art. 13 e all’art. 32.
La dignità umana è una nozione da ‘maneggiare’ con cura. In ordine a ciò, c’è un altro binomio importante e problematico: il binomio dignità-sicurezza, visto l’attuale scenario geopolitico che impone di trovare un equilibrio equo e sostenibile tra questi due valori. La dignità, in ne, è alla base del rispetto della condizione umana, in tutte le sue sfaccettature: essa è il valore che concilia uguaglianza e diversità e di cui assicura la saldatura attraverso la solidarietà.

Occorre ancora una volta ‘indignarsi’ in senso positivo: non solo di ciò che capita all’estremo del mondo, ma anche di ciò che capita a casa nostra e ricordare che la dignità umana è la premessa per lo svilupparsi del modo di essere della persona, fondamentale per continuare a vivere.

Il lettore troverà in questi Atti anche l’intervento dell’On. Silvia Costa, deputato europeo, che ci ricorda le iniziative recenti dell’Unione Europea per i giovani: in particolare quelle riguardanti la formazione, il miglioramento delle competenze, le prospettive del lavoro giovanile e la partecipazione politica democratica tra i giovani, le quali, pur nel dif cile periodo che stiamo vivendo, possono contribuire ad avviare una sorta di condivisione delle

decisioni e sviluppare un più incisivo dialogo tra il vertice e la base. In questo senso, l’invito nale a recarsi a Bruxelles, rivolto a studenti e docenti, potrebbe essere una s da lanciata allo IUSVE.
Le due ricerche sul campo, svolte dal CES Don Bosco di Madrid e dallo IUSVE di Venezia focalizzano la seguente problematica: Percezione della giustizia e dei diritti umani presso gli studenti universitari IUSVE e CES Madrid. La prima è stata condotta e relazionata da Sabino de Juan Lopez e dalle sue collaboratrici Elena Fernández Martín e Mercedes Reglero Rada; la seconda da Fabio Benatti, Christian Crocetta e Davide Marchioro (con la supervisione

di Arduino Salatin). Tale ricerca si è sviluppata in forma comparativa a partire dal 2013, su proposta dell’Università Cattolica di Brasilia (UCB) e della locale cattedra Unesco di educazione ai diritti umani (si veda, a tale proposito, la recensione a ne volume del testo Direitos Humanos na Pedagogia do Amanhã).

Utilizzando un comune strumento di rilevazione, le ambedue indagini, il cui progetto si svilupperà più compiutamente nelle prossime scadenze future, esprimono il loro intento di ripensare l’offerta formativa delle due università e sensibilizzare i giovani ai diritti umani, nell’esercizio di una cittadinanza attiva e responsabile. Come si potrà notare, molte sono le analogie tra le due ricerche, in base ai primi risultati ottenuti, ma anche qualche divergenza emerge, come avviene di solito in tutte le ricerche di tipo comparato: una antinomia/dialettica between convergencies and divergencies (citando Roberto Cowen, dell’Institute of Education di Londra).

Attraverso le medesime categorie di rilevazione adottate si evincono alcune linee di
tendenza che possono essere utili per una comprensione più sottile degli atteggiamenti, dei comportamenti, delle idee, dei signi cati, degli stimoli che i giovani studenti hanno rispetto
a tali assunzioni di principio. Non a caso il contributo di Madrid si sussegue subito dopo quello dell’équipe italiana, in forma consequenziale, lasciando così la possibilità al lettore di avanzare le sue personali considerazioni.
La tavola rotonda ha permesso di interpretare i diritti umani da altri punti di vista (ovviamente non esaustivi), in chiave polivalente (come affermato da Flick) richiamandosi implicitamente al fondamentale testo di John Dewey Democrazia ed educazione, accennato dal moderatore nell’introduzione alla stessa. In questo numero sono riportati i contributi speci ci di due dei tre relatori, Nevio Brunetta e Roberta Altin; contributi che si riferiscono agli interventi effettuati alla tavola rotonda.
Nel pomeriggio, invece dei tradizionali workshops si è pensato di coinvolgere studenti e docenti in una performance teatrale (teatro-forum) condotta da Laura Elia (di cui si sottolinea lo stimolante ed appropriato intervento in questo numero) in modo che la tematica sui diritti (in particolare il diritto al lavoro) non si esprima solo attraverso una sua affermazione teorica, importante ma non suf ciente, ma si riferisca alla prassi quotidiana, esercitata e vissuta: cercando così di ridurne l’utilizzo nelle sue forme retoriche. Il laboratorio teatrale, che
si ispira alla pedagogia di Paulo Freire, utilizza le tecniche e gli esercizi del Teatro degli Oppressi di Augusto Boal.
Cliccando qui si potrà seguire il video della performance.
Concludo questo editoriale, facendo riferimento ad un agile volumetto di Salvatore Settis, già Direttore della Scuola Normale di Pisa, dal titolo Il mondo salverà la bellezza? (Milano, Ponte alle Grazie – Salani, 2015). Parafrasando la celebre frase del principe Myškin (ne L’Idiota di Dostoevskij), «La bellezza salverà il mondo», Settis propugna un’etica dell’individuo e della comunità insieme, sostenendo la superiorità del futuro sul presente. Ci sono, egli dice, tre tipi di lontananza. I lontani da noi nel tempo (la memoria del passato), i lontani nello spazio e una terza specie di lontananza: chi invece è vicino a noi, è simile a noi eppure è lontano da noi.
In questa «empatia» verso i ‘lontani’ di ogni tipo si inseriscono i diritti umani che valgono
sia nella dimensione sincronica, del presente, sia in quella diacronica, che lega il presente al futuro. Sono i diritti delle generazioni future, che si sintetizzano nel binomio Ambiente e vita, che a guardar bene è «[...] una nozione sola, e non solo perché la vita deve svolgersi entro l’ambiente e ne è fortemente in uenzata ma anche perché l’ambiente è costituito dalla somma e dall’interazione fra numerosissime e diversi cate forme di vita» (p. 30). Si deve pertanto costruire una «utopia-progetto pienamente ragionata» (imbevuta di valori e di realismo, in una dinamica antinomica), proiettata verso un futuro possibile. Da ciò nasce un’etica della lontananza, un’etica del futuro, un’etica del bonum commune: qui sta la capacità del mondo di creare e salvare la bellezza in tutte le sue forme. E la letteratura ha la sua imprescindibile funzione: non a caso il libretto di Settis termina con la citazione di una poesia di Giorgio Caproni, Versicoli quasi ecologici (in Res Amissa, Milano, Garzanti, 1991).

Buona lettura. Roberto Albarea

 

Numero 5 - Luglio 2015

Questo numero della rivista è oltremodo eterogeneo ma, si sa, ora si parla di contesti eterogenei, e non solo in contesti cosiddetti multiculturali.

Ciò si nota anche nelle modalità di esposizione degli articoli qui presentati che denotano stili di scrittura diversi, in rapporto allo specifico ambito culturale e di ricerca.
D’altra parte questa rivista si è posta il compito (e anche il rischio) di affiancare modi, contesti, mentalità e sfondi culturali differenti. Si può allora usare una metafora algebrica (ah! gli Arabi, quanto sono stati utili per l’Occidente cristiano) al fine di tentare una, sia pur differenziata, classificazione: c’è il binomio musicale (Lucilli
e Marchetta), il binomio psicologico (Garzara et al. e Fontana), il binomio giuridico e/o psicogiuridico (Monzani – Marcon e Crocetta – Turco) ed il contributo pedagogico (Vecchiet).
Gli articoli di Giuseppe Lucilli e Vittorio Marchetta, dottori di ricerca in Comunicazione Multimediale, esplorano alcuni temi di grande interesse per il pubblico degli educatori: il rapporto uomo-macchina, in particolare con lo strumento musicale, e le implicazioni pedagogiche e didattiche del Sound Design.

Nel primo contributo si fa un excursus approfondito e fondativo di tale rapporto, non escludendo la dimensione utopica della musica per concludere con una originalissima affermazione, tutt’ora di grande attualità sociale, culturale ed educativa: «La percezione continua del limite, percezione veicolata dalla natura dello strumento musicale e la sua traduzione in consapevolezza mantiene l’individuo sufficientemente lontano dall’esonerarsi totalmente da se stesso, come invece avviene nel contesto degli attuali apparati tecnici».

Il secondo contributo esplora le potenzialità della multimodalità dell’esperienza musicale e intende tratteggiare/delineare i contorni di un possibile Sound Educator, quale intermediatore del ‘fuori’
e del ‘dentro’ la scuola offrendo anche alcune suggestioni per una rinnovata didattica musicale che, nella proposta di Vittorio Marchetta, si fonde con la semiotica e la sociosemiotica, in una prospettiva di una multiliteracy e di una multieducation.

Umberto Fontana, professore emerito salesiano di Psicologia dinamica e proiettiva, ci offre un contributo su cui meditare: esplora le caratteristiche che dovrebbe avere chi si prefigge di esercitare una professione di aiuto e, soprattutto, i rischi cui va incontro. Egli avverte, con rispettosa saggezza, come tale scelta sia il processo di una riflessione oculata: non basta la motivazione a seguire una spinta interiore o l’entusiasmo, occorre una equilibrata struttura di personalità, un tirocinio adeguato e una continua esegesi del sé.
Il contributo di Fabio Garzara, Giovanni Marchioro, Fabio
Benatti e Nicola Giacopini pone l’accento sul tema emergente dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) con una ricerca psicodiagnostica che focalizza gli aspetti di personalità di un gruppo etnico specifico tramite la somministrazione di una batteria di test proeittivi. Ne risulta una interessante sinergia tra la prospettiva educativa e psicologica cosicché si è configurata una proposta operativa utile a chi lavora sul campo.

Il contributo di Marco Monzani e Giulia Marcon si presenta con un tema estremamente interessante: l’analisi della menzogna nei contesti scientifici clinici e giuridici. Si tratta di una disamina che, oltre a concentrarsi su alcune situazioni che rappresentano l’ambito professionale degli autori, scuote il lettore attento ed oculato perché si possono ravvisare collegamenti anche con la vita quotidiana di ciascuno e quindi il tema non risulta emarginato a ‘certi’ contesti. In particolare, il rapporto tra verità e conoscenza mostra tutta la sua instabilità e problematicità conducendo il discorso sul terreno di un disincantato realismo.


Christian Crocetta e Cristiana Turco, nel loro contributo, riprendono il termine Ohana, di tradizione polinesiana, partendo da una
frase tratta da un lungometraggio della Disney: «Ohana vuol dire famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato. O dimenticato». Lungo questa presa di posizione gli autori esplorano le implicazioni educative e sociogiuridiche dell’affido familiare e
i possibili contesti di accoglienza all’esterno degli usuali ambiti educativi, focalizzandosi sulle relative responsabilità genitoriali,
in caso di affido del minore. Sono temi di estrema delicatezza che contraddistinguono le diverse situazioni dell’affido etero-familiare, così pure i suoi limiti e le sue difficoltà, le quali richiedono
una sinergia degli attori e delle professionalità coinvolte nel procedimento e nell’esperienza di affido.


Cristian Vecchiet offre uno spaccato attento, documentato e scrupoloso del paradigma pedagogico di S. Ignazio di Loyola,
non trascurando gli apporti biografici e storici di Ignazio e della Compagnia di Gesù, per illustrare nella seconda parte del contributo la famosa Ratio Studiorum. Si tratta di un panorama che offre
al lettore molteplici linee di riflessione e si capisce come certe teorizzazioni contemporanee sulla esegesi del sé siano debitrici della riflessione ignaziana. Ben vengano questi importanti apporti che sottolineano l’importanza di studiare la tradizione.


A conclusione di questo editoriale, riprendendo la connotazione di eterogeneità con cui si è iniziato, si ritiene che anche i non esperti dei settori cui si riferiscono gli articoli riportati possano imparare da un accostamento ad essi, e quindi... buona lettura!

Numero 4 - Dicembre 2014

Questo è il quarto numero della rivista dello IUSVE, consultabile on line.
Esso presenta due contributi di psicologia (Scibelli et al., Magro et al.), ben quattro saggi di scienze e tecniche della comunicazione, con alcune ‘invasioni di campo’ verso i temi della percezione estetica, dell’architettura, delle tecnologie musicali e della funzione dell’arte nella società contemporanea (Anello, Baccichet, Porceddu, Azzoni), una riflessione socioeducativa sulle utilizzazioni attuali del web (Cazzanti), un apporto filosofico in merito al valore educativo della didattica universitaria (Marchetto) e un contributo propriamente pedagogico (Benvenuti) che, in una certa misura, si rivela come una ‘alterfaccia’ dell’articolo di Marchetto.

Quello che colpisce, nella maggior parte di tali scritti, è il loro carattere e sviluppo interdisciplinare. Nessuno di essi (salvo, forse, i contributi del dipartimento di Psicologia) si colloca in modo completo ed esaustivo in un definitivo campo di ricerca: vi sono assonanze, suggestioni, stimoli provenienti da altri settori della conoscenza, se non proprio da ambiti rigorosamente disciplinari.
L’articolo di Sandra Scibelli, Susy Zanardo e Salvatore Capodieci è relativo ad un accurato studio empirico sulla relazione tra madri anziane e figlie adulte. Emerge la potenza e la significatività di tale relazione, intensa e problematica, attraverso i numerosi item e i dati aggregati e disaggregati analizzati dalla ricerca.
Un elemento distintivo è il carattere di ambivalenza che soggiace ai sentimenti legati a questa relazione. Tale ambivalenza è parte della struttura della relazione stessa, di cui la bambina prende coscienza sin dall’infanzia nel percepire la madre-oggetto e la madre-ambiente. Da qui gli schemi educativi vissuti (ereditati?) attraverso la propria madre, così che si evince la valenza trigenerazionale e transgenerazionale del fenomeno.

L’articolo di Tiziana Magro, Fabio Benatti, Arianna Comelli, Giuseppe Sartori, Laura Alessio, Silvia De Lorenzi, Sara Codognotto e Nicola Giacopini è relativo ad uno studio pilota di taratura e standardizzazione del Family System Test (FAST) di Thomas M. Gehring sulla popolazione italiana. Il FAST è un test proiettivo, sviluppato all’interno della cornice teorica sistemico-relazionale, per lo studio e l’analisi delle dinamiche e delle alleanze familiari. Tale ricerca segnala la collaborazione tra l’Università degli Studi di Padova e lo IUSVE. Il campione selezionato investe bambini, adolescenti ed adulti della realtà del triveneto. Lo scopo dell’indagine è quindi quello di importare in Italia uno strumento psicodiagnostico utilizzato all’estero per la valutazione delle capacità genitoriali, sia nei contesti clinici che nei contesti forensi.

Particolarmente attuale è il contributo di Moreno Baccichet il quale, fornendo una serie di foto ed immagini appropriate, fa comprendere come il ridisegnare lo spazio pubblico in alcune zone micro e macro del territorio francese non è più compito di una sola disciplina, ma necessita di una visione complessa e pluriprospettica che include i temi del dialogo e del vivere sociale, dell’urbanistica, della percezione del paesaggio, delle pratiche d’uso dell’ambiente, della progettazione partecipata.
La Francia è una delle nazioni più all’avanguardia in questo settore, sia negli studi che nelle loro applicazioni, come testimoniano le recenti Biennali di Architettura di Venezia. È come se l’intelligenza acuta francese, di stampo cartesiano, si incontri con una vocazione politica orientata alla cittadinanza attiva, così da coniugare gli spazi di aggregazione sociale con quelli oggetto di proposte e di elaborazione creativa.

L’interessante escursione di Michele Porceddu fa una retrospettiva storica dei supporti e delle tecnologie in ambito musicale, insieme alle loro interconnessioni con ambienti e contesti che hanno mutato, e continuano a mutare, le figure e i ruoli di artisti, produttori, aziende, negozianti e professionisti. Ne risulta una pluralità di usi della musica, sollecitata anche dallo sviluppo che in quest’ultimi cinquant’anni hanno avuto, prima i supporti analogici, poi le tecnologie digitali ed oltre.
Musica come prodotto e trasmissione, musica come ambiente, musica come spazio web: tutto questo fa sentire con una certa urgenza il bisogno di alcuni criteri interpretativi di tali fenomeni (anche perché sembra si stia assistendo ad un revival della prestazione dal vivo). Il contributo si pone lungo questa linea di percorso. Si tratta, per chi lavora in ambiti caratterizzati da una scelta etica, per educatori e operatori sociali e del territorio, di porsi in between tra le richieste del marketing musicale e aziendale (senza esserne subordinati) e finalità più propriamente sociali ed educative, in modo da inoltrarsi con una sufficiente e sostenibile competenza in questo mondo variegato, sorprendente e impensabilmente creativo, ma anche talvolta veicolo di produzione sottoculturale.

Il contributo di Alessia Anello si sofferma all’inizio sulle discussioni intorno al significato e al valore del termine Einfühlung, prima inteso come immedesimazione (Freud e Jung), poi come empatia: con ciò focalizzandosi, a proposito della seconda accezione, sull’importanza dell’empatia nella pratica psicoanalitica. Il termine è stato inoltre recuperato per spiegare la fruizione artistica, ma anche questa ipotesi non sembra essere adatta allo scopo, in quanto non considera le differenze individuali e non spiega l’infinita varietà di reazioni che si possono provare di fronte ad un’opera d’arte.
Lo stesso fondatore della neuroestetica, Semir Zeki, è tra i sostenitori del fatto che il meccanismo dei neuroni specchio non possa spiegare la fruizione artistica o, almeno, non completamente (per fortuna, diremmo noi). Da qui l’intento del saggio della Anello di provare ad integrare la ricerca psicologica con quella neuroscientifica sulla fruizione artistica, illustrando la proposta di Graziella Magherini, il cui scopo è quello di salvaguardare la complessa varietà delle differenziate percezioni/reazioni individuali, orientandosi così verso una valenza idiografica (la valorizzazione dei casi situati) piuttosto che nomotetica (la ricerca delle costanti). Ciò porta a sottolineare, ancora una volta, l’irriducibilità dell’umano e la sua valenza come microcosmo.

Il saggio di Simone Azzoni tende ad illustrare il problematico rapporto tra arte, Kitsch e souvenir. In arte, per Kitsch si concepisce un fenomeno periferico, marginale: un fenomeno incentrato sull’oggetto o sull’evento che dell’arte ha l’apparenza, senza averne la sostanza. È Kitsch l’oggetto di cattivo gusto che deriva dalla falsificazione e dalla contraffazione di un oggetto artistico autentico, replicato meccanicamente, variato nelle dimensioni, trasposto in un nuovo medium. Fotografia e scultura, pittura e cinema si sono contaminate di Kitsch fino ad aprire le frontiere dell’arte. Molti visitatori alle ultime edizioni della Biennale Arte di Venezia sono rimasti impressionati da tali contaminazioni.
In realtà, dice Adorno, il Kitsch è una parodia dell’esperienza estetica. E allora?
Tra gli artisti che cercano di sublimare il Kitsch c’è Daniel Gonzalez, artista argentino, intervistato dall’autore del saggio. Ma non è solo così. Se si leggono attentamente le parole di Gonzalez si capisce come un’idea creativa non appartenga tanto al suo creatore, semmai sia debitrice del suo tempo. L’arte non è un momento di rottura quanto un momento per porre grandi domande (e in questo sta la valenza formativa dell’arte).
D’altra parte tutte le civilizzazioni hanno creato idoli, monumenti celebrativi, oggetti da contemplare, da adorare e su cui meditare. Insomma, l’arte pubblica può essere celebrativa, può legarsi al passato o no, ma ciò che conta è che stabilisca un rapporto di dialogo con la sua contemporaneità.
Viene in mente ciò che diceva John Dewey a proposito del rapporto tra arte, creatività ed esperienza umana. Per Dewey, l’arte e il processo creativo sembrano rappresentare una sorta di prefigurazione della realtà, di quel principio interno di problematizzazione del reale e dell’umano che ne sottolinea la tensione tra il reale e il possibile, come un gioco tra componenti.

Il contributo di Roberto Cazzanti si occupa di Crowdsourcing, analizzandone le componenti sociali, comunicative, economiche e giuridiche. Si tratta di un terreno attraversato da luci ed ombre, in cui accanto ad implicazioni di tipo eticosociale che riguardano la promozione di una cittadinanza attiva, c’è anche una utilizzazione del Crowdsourcing che rappresenta un tentativo, già avviato, di rimodellare il marketing aziendale, conducendo a nuove e più raffinate forme di sfruttamento nel lavoro. È sempre lo stesso annoso problema della tecnologia, di cui si è parlato al Forum internazionale sulla Positive Economy, tenutosi presso la Comunità di San Patrignano, nel giugno di quest’anno: si usa la tecnologia per un sempre maggiore, veloce ed efficace profitto o essa serve per liberare energie ed occasioni di sviluppo umano? Il primo numero di IUSVEducation, precedente a questo, traccia alcuni punti e linee di forza della questione.
Così che, non sembra fuori luogo, nell’articolo di Cazzanti, il riferimento ad Adriano Olivetti, per riprendere, in tempi oggi così mutati, una riflessione critica in merito al valore collettivo del lavoro.

Il pregevole saggio di Michele Marchetto ci ricorda qual è il ruolo di chi insegna a livello universitario e, in genere, quale configurazione assume la figura dell’intellettuale (si cita Gramsci) che si prefigge di riflettere e di ‘arare’ su una Bildung che continua a rimanere, tra Modernità e Postmodernità, il proprium di ogni educazione integralmente intesa. Da Newmann a Morin, da Gadamer ad Eliot, Marchetto avverte dei pericoli cui si può incorrere con una pseudoconoscenza e una pseudocultura ridotte a giustapposizione di immagini od icone (il non-proposizionale, citato da Morin e dal linguista Raffaele Simone), a pure informazioni, a performativity (cosa ben diversa dal pragmatismo deweyano), per giungere ad affermare come: «Il vero sapere sia una disposizione, un possesso personale e una dote interiore», da coltivare e renderci fieri cosicché insegnando una parte si insegni il tutto. Solo nell’accettare la propensione alla conoscenza come una funzione ineliminabile dell’intelligenza e della persona si può comprendere questo apparente paradosso. Sembra qui riecheggiare il concetto di habitus così caro alle riflessioni di Jacques Maritain che puntualizzava, a sua volta, l’importanza dell’educazione generale di base, la quale non doveva essere, per il filosofo francese, un sapere enciclopedico, piuttosto tradursi in una disposizione centrata sulla ‘forma’ dell’essere e dell’apprendere, preludio all’alta formazione (che è poi il focus del saggio di Marchetto).

Ispirato alla pedagogia salesiana, ma non estraneo alle riflessioni precedenti, con una speciale attenzione alle attuali condizioni socioculturali, pur mantenendo l’apporto fondativo di San Giovanni Bosco, è l’articolo di Loris Benvenuti. L’autore sottolinea come l’emergere prepotente della soggettività e la sua valorizzazione nelle società occidentali (e non più solo in queste) abbia, sul piano educativo, posto in secondo piano le pratiche comunitarie ed inclusive nel contesto di una gestione consapevole dei legami sociali, di una pedagogia di ambiente e di una pedagogia del dono.
La modernità e il neocapitalismo di stampo liberista si sono interessati all’educazione dal punto di vista del recupero delle risorse produttive individuali (che vengano definite ‘umane’ o no, è secondario e talvolta retorico): il fatto che si sottolinei le Life Skills, come il decision making, il problem solving, l’autoconsapevolezza, la realizzazione di sé (su questa equivocità si veda quanto scrive Charles Taylor) è illuminante di una certa unilaterale posizione.
La pratica laboratoriale proposta dall’autore punta a costruire nella scuola una categoria di ‘benessere’ condivisa e partecipata, andando oltre una mera interpretazione soggettivistica ed aprendosi ad un’educazione alle relazioni e ai legami che danno senso alla vita integrale di tutti e di ciascuno.

Insomma: si tratta di contributi aperti che si segnalano per le loro risonanze profonde e per la loro caratteristica a non rinchiudersi in connotazioni eccessivamente specialistiche e in spazi autoreferenziali.