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Numero 10 - Dicembre 2017

Sono molto contento, e con me il comitato di redazione e lo IUSVE stesso, di presentare gli Atti del Convegno annuale dell’Istituto, Giovani e identità: costruzione del sé e nuove relazioni, che si è tenuto il primo aprile 2017.
Il convegno ha visto la partecipazione di trecento persone durante i lavori della mattinata e la presenza di circa un centinaio di studenti nei gruppi di studio del pomeriggio. Nonostante l’affluenza degli studenti ai suddetti seminari non sia stata così massiccia, tuttavia i risultati emersi e soprattutto l’atmosfera che si è creata durate la presentazione e la discussione dei vari temi proposti nei gruppi è stata importante: una sorta di autoformazione pervasiva. L’interazione tra docenti e studenti è stata assolutamente positiva, sulla scia del messaggio salesiano: infatti c’è stato l’apporto degli studenti verbalisti e alcuni di essi hanno collaborato con i docenti coordinatori dei gruppi nella stesura delle relazioni.
Alcuni giornali del territorio hanno dato dovuta risonanza al tema affrontato dall’incontro di studio.


Ma ora, alcuni accenni sulle relazioni del mattino.
Di notevole levatura scientifica la relazione d’apertura di Davide Zoletto (Sguardi incrociati su identità e alterità) il quale, prendendo stimolo dalla ricerca pedagogica contemporanea, ha delineato il suo focus d’attenzione sul paradigma della pluralità e della complessità, paradigma che non si lascia leggere ed interpretare secondo una unica chiave di lettura: si evince come la formazione dell’identità giovanile (ma non solo quella) sia il frutto di una delicata elaborazione di interazione fra diverse componenti. Facilitare questo ‘gioco’ che si svolge su diversi piani ed implica diverse prassi è compito dell’educazione. La riflessione di Zoletto è stata così interessante perché ha saputo conciliare due polarità antinomiche: il rigore dell’analisi con gli esempi di pratiche sul campo.


Anche i contributi dei tre Dipartimenti che costituiscono lo IUSVE si sono distinti per l’incidenza delle tematiche trattate. Marco Scarcelli (Identità e media digitali) focalizza la propria attenzione sui mutamenti intervenuti nell’identità giovanile seguito delle influeunze esercitate dai media digitali sottolineando come Internet fornisca agli adolescenti le risorse (positive o negative che siano) per esplorare l’identità, le emozioni e la sessualità e per instaurare relazioni con gli altri; l’appartenenza a queste reti costituisce una fonte di rassicurazione (non scevra di preoccupazioni di ordine educativo) così che si formano culture giovanili che rivedono le forme di socialità, di consumo e di creatività in nuovi spazi ibridi di espressione, i quali abbandonano gli schemi tradizionali (STC); Catia Martorello (Identità: la sofferenza del conflitto tra essere e dover essere) indaga la dimensione della fatica e della sofferenza nella formazione dell’identità, vista a tutt’oggi più come fluidità che non come stabilità, nello sforzo di dare un senso continuo al proprio essere, sforzo e senso che implicano anche un certo grado di riconoscibilità e specificità (verso gli altri e verso se stessi) (PSE); Beatrice Saltarelli (L’università: luogo di identità e apprendimento) affronta la tematica dell’identità vista come un processo dialogico, in continua autodefinizione, all’interno dei vari contesti di vita ed entro un sistema di valori condiviso («in modo da fare le cose giuste»): quale ruolo può avere l’università nel promuovere questo tipo di identità dinamica? (PED).


Le relazioni sono state positivamente in bilico, attente alle sfumature ma altresì sostenute da una competenza radicata che è capace di considerare e gestire la variabilità degli eventi: ‘come stare sulla soglia’.
In effetti, il tema proposto era un tema complesso; numerose 
variabili vi intervengono e sono fra loro interrelate: ecco allora 
perché lo sguardo e le riflessioni dei tre Dipartimenti, 
attraverso una esplorazione con l’ottica che è loro propria.
I gruppi di studio, poi, assumono a loro volta differenti prospettive di analisi e diventano alcune delle variabili interpretative, giocate sul campo, che si intrecciano in questo tema. Non a caso, in ogni gruppo è presente un discussant che proviene da uno dei tre Dipartimenti dell’Istituto che è diverso da quello del conduttore del gruppo.


Ovviamente, ogni workshop rimanda agli altri. Ma si possono ritrovare tre filoni trasversali che si sovrappongono e si richiamano in tutti: questi sono i contesti, le comunicazioni e le azioni.
I filoni sono al plurale: perché? Perché occorre andare ad analizzare le componenti dei contesti in cui avvengono le comunicazioni; le comunicazioni possono essere di vario tipo, a seconda dei contesti e delle relazioni, infine le azioni sono direttamente proporzionali alla sostenibilità dei contesti e alla adeguatezza delle comunicazioni 
e delle relazioni.
Mi auguro che si possa reperire in questo numero una lettura affascinante e stimolante: quello che ci vuole per affinare le nostre identità, dinamiche e in continua evoluzione.

Numero 9 - Luglio 2017

Anche questo numero di IUSVEducation si presenta con una sua eterogeneità.
Si tratta di un contesto eterogeneo, come affermano coloro che studiano i rapporti fra le differenze: differenze disciplinari, sociali, culturali, linguistiche, religiose, generazionali.
Tuttavia si possono rintracciare tre filoni trasversali che fanno raggruppare i contributi in tre sezioni.

Il primo gruppo rientra nelle dinamiche della formazione dell'identità e sulla condizione giovanile, da variegati ed interessanti punti di vista: sono gli articoli di Salvatore Capodieci, Davide Girardi, Federico Battaglini e Milly Ravagnin, Giovanni Maccagnan. La seconda sezione è rivolta a tematiche prettamente psicologiche, anche su base sperimentale: sono gli scritti puntuali di Davide Marchioro, Enrico Vettoretto, Jennifer Milan. La terza sezione affronta questioni pedagogiche attuali ed imprescindibili: si va dall'intenso e pensato articolo di Vincenzo Salerno sull'approccio neuroscientifico al rapporto tra mente, corpo e cervello, all'acuta disamina di Gabriella Burba sulla situazione attuale della scuola, alla testimonianza di Alice Pegoraro nel quadro di percorsi di educazione non formale ed informale.

L'articolo di Salvatore Capodieci (Tatuaggi e piercing. Risultati di una ricerca sul mondo giovanile) è dedicato a una riflessione sulle modificazioni corporee e, in particolare, sulla pratica sempre più diffusa di piercing e tatuaggi. Il contributo si riconduce ad una ricerca condotta su circa 1300 adolescenti dai 14 ai 19 anni del Veneto orientale, la quale mette in evidenza interessi, tempo libero, soddisfazione della propria immagine corporea e propensione al rischio, correlati alla pratica di piercing e tatuaggi. Si tratta di una esplorazione del mondo giovanile e si cerca di elaborare un approccio critico a questa pratica, vista come equivalente della ricerca di identità dell’adolescente.

Davide Girardi fornisce una ampia ed articolata trattazione, direi quasi 'crepuscolare,' della situazione dei giovani in Italia, la quale costituisce una sfida sfida verso il futuro per le forze politiche e la società nel suo complesso. L'autore esamina le tendenze demografiche di fondo, gli indici di struttura della popolazione, affronta il delicato ed urgente tema del lavoro e la migrazione giovanile verso l'estero per affermare come il Paese oggi abbia bisogno di una presa in carico delle questioni più critiche che affliggono i giovani italiani, lavorando anche, ma non solo, sugli spazi ancora residuamente positivi (la partecipazione associativa e la fiducia nell'orizzonte europeo). Si coglie nello scritto di Girardi una visione a tutto tondo della società italiana, nel tentativo di recuperare quelle fratture generazionali che si evidenziano periodicamente nelle scadenze decisionali o in particolari occasioni critiche.

Il contributo di Battaglini e Ravagnin (Dipendenti si nasce. Una buona dipendenza per una buon autonomia) si concentra sulla parola dipendenza e sul verbo dipendere, i quali possono essere usati per riferirsi a molti e differenti tipi di comportamento: si percorre un itinerario che porta a scandire e a far riflettere su legittime domande riguardanti che cosa sia la dipendenza ed in quale modo questa possa essere implicata nello sviluppo personologico e nella costruzione della propria identità. Si tratta della classica antinomia tra autonomia e dipendenza, in cui ognuna non esclude l'altra ma sono in simbiotico rapporto.

Di tutt'altro tono l'articolo (Chiudete gli occhi e vedrete) di Giovanni Maccagnan, Laurea Magistrale allo Iusve, il quale, attraverso una attenta ed accurata esplorazione della tematica del sogno, mette in evidenza come il ruolo dei sogni e la loro analisi siano un modo per creare coscienza nella vita di ciascuno, facendo riferimento al metodo di individuazione postulato da Jung. Con le parole dello stesso Jung: «Ogni sogno è un’asserzione della psiche su se stessa, e che forse, chissà, queste immagini eterne sono ciò che si chiama destino».

Davide Marchioro, da parte sua, propone uno studio clinico di caso (Una farfalla in una teca d'ambra), il quale ha comportato una riflessione su alcuni importanti aspetti che caratterizzano le dinamiche controtransferali nell'istituzione, con particolare riferimento all'esperienza vissuta da un soggetto nei servizi pubblici di cura psichiatrica. Dice Marchioro: «La realtà del paziente è leggibile anche grazie e soprattutto alle emozioni espresse o congelate, indicative del modo in cui egli sta al mondo nelle forme del suo ex-sistere, insistere e con-sistere che costituiscono gli ingredienti della sua sintassi esistenziale». Le parole qui possono essere rivelatrici ma anche umiliatrici: tutto il documento si snoda attraverso un serrato dialogo, che rimane nondimeno sospeso.

Enrico Vettoretto illustra un meritorio lavoro sperimentale (oggetto della sua tesi Magistrale allo Iusve, in Psicologia dello Sport) su Il monitoraggio dei livelli di attivazione nello sport. Assume rilevanza il monitoraggio psicofisiologico, il biofeedback, inteso come una metodologia attraverso la quale è possibile apprendere l’autocontrollo volontario di alcuni processi psicofisiologici che abitualmente sono involontari. Esso promuove la comunicazione tra la coscienza e il substrato fisiologico per permettere l’autoesplorazione dell’unità psicosomatica che è l'essere umano. L'articolo ravvisa la necessità di investigare se le diverse caratteristiche psicologiche conducano a differenti relazioni tra attivazione e performance, valutandole in condizioni stressanti o meno.

Milan Jennifer (Laurea Magistrale allo Iusve) affronta con competenza il tema dell'anoressia mentale (Anoressia mentale: il silenzioso peso della fame) illustrando un quadro clinico complesso: l'autrice ha cercato, per quanto possibile, di capire cosa vi sia dietro all’ossimoro silenzioso-urlo che ogni anoressia cela in sé. Il core della questione è rappresentato dal rapporto psiche-soma che viene focalizzato nel percorso terapeutico psicoanalitico, individuale di gruppo. In particolare la terapia di gruppo permette la presa di consapevolezza del proprio corpo, dando così al paziente, la possibilità di tornare a re-imparare ad ascoltare se stesso, a percepire le singole parti del corpo, a riconoscere le proprie emozioni. Entro tale spazio terapeutico un ruolo non secondario è assunto dalle figure familiari.

Vincenzo Salerno (Scienze cognitive e neuroscienze) si cimenta in una trattazione su come è andato costituendosi il neurosapere. L'autore è ben consapevole della difficoltà di approccio a questo articolato ed interconnesso settore di ricerca e di studio, nonché di applicazione: nei confronti delle neuroscienze si vive una sorta di spaesamento che si sviluppa nell'antinomia (antinomia fondante ogni cammino di scoperta) tra ansia di conoscenza, recante con sé una certa motivazione affascinante, e consapevolezza dei propri limiti che sfiora lo sconforto. Il contributo si appunta soprattutto sui legami tra mente corpo e cervello, ma anche tra mente e mondo, tra mente e 'gli altri', lungo una esplorazione di contributi e teorie che sono confluite nel contesto e nel paradigma neuroscientifico: la teoria dell'identità, il funzionalismo, il naturalismo biologico, la neuropsicanalisi, la neurofenomenologia. Insomma: «La coscienza che abbiamo di noi è il problema duro da risolvere»

L'acuta disamina di Gabriella Burba (Il doppio sguardo di Giano: la scuola dell'ambivalenza) sulla situazione attuale della scuola induce a riflettere sulla sua ambivalenza: dopo una breve, ma necessaria, carrellata storica e i necessari riferimenti legislativi citati ad hoc, la Burba giunge ad affermare: «La sfida che si pone oggi alla scuola è quella di superare la logica dell’aut aut, delle polarizzazioni fra visioni unilaterali: istruzione e competenze tecniche o educazione, dimensione umanistica o approccio scientifico, innovazione o tradizione, formazione culturale o professionalizzante, efficienza e valutazione dei risultati o centralità di personali e non standardizzabili percorsi di sviluppo». Si tratta di stare in bilico fra i due versanti, accettandone le reciproche influenze, pur nella specificità degli approcci e in relazione alle specifiche epistemologie (lo stesso dilemma, prima accennato, del rapporto tra autonomia e dipendenza).

Chiude il numero la testimonianza di Alice Pegoraro sull'attività della Ong Medici con l'Africa, Cuamm. L'autrice attraverso percorsi di osservazione partecipante, di intervista e colloquio, nei modi tipici di una etnografia dell'educazione, ha cercato di inquadrare la cultura organizzativa del Cuamm, verificando successivamente come questa vada ad incidere sui percorsi di formazione realizzati.

Il lettore non mancherà di trovare nella eterogeneità dei contributi alcuni richiami trasversali, così che ognuno abbia la possibilità di costruire un proprio percorso di riflessione. L'approccio alla conoscenza e la sua elaborazione non avviene più, ormai, attraverso il solo approccio molare/disciplinare, ma anche molecolare (Carmela Metelli Di Lallo, Analisi del discorso pedagogico), facendo attenzione alle interdipendenze, ai richiami, agli interstizi, alle 'zone di frontiera': questa rivista di stampo pluridisciplinare e tendenzialmente interdisciplinare vuole seguire questa strada.

La sintesi, a cura di Michele Marchetto, del convegno internazionale di studi su J.H. Newman e E. Stein, dal titolo Maestri perché testimoni, tenuto presso l'Aula Magna dell'Istituto i 19-20 gennaio 2017, e alcune recensioni chiudono il volume.

Numero 8 - Dicembre 2016

I primi quattro saggi di questa rassegna si riferiscono all’utilizzo differenziato e creativo della tecnologia. C’è come un filo rosso che tiene uniti sia gli addetti ai lavori sia coloro che hanno prevalenti altri interessi di ricerca, e così è anche per i quattro contributi, che vengono da sponde diverse. Due degli autori (Adamoli e Luca) sono docenti del Dipartimento di Scienze e Tecniche della Comunicazione dello IUSVE, un altro (Fasoli) insegna ai Dipartimenti di Psicologia e Pedagogia, il quarto (Cazzanti) è un insegnante, ricercatore esterno all’Istituto, che ha conseguito all’Università di Udine il Dottorato di Ricerca in Comunicazione Multimediale.

Matteo Adamoli (Prendersi cura della comunicazione nella rivoluzione digitale) avanza un’acuta analisi della cosiddetta rivoluzione digitale, con alcune delle sue più rilevanti conseguenze, e fa propria l’ipotesi del ruolo del comunicatore come social designer, figura non avulsa da compiti peculiarmente educativi. L’ articolo mostra come un percorso di questo tipo possa innescare circuiti di conoscenza virtuosi in cui al centro c’è l’uomo e la sua comunità di appartenenza, nella continua ricerca di promuovere relazioni umane e stili di vita più autentici condivisi.

L’ articolo di Stefano Luca, in merito alla presentazione di un laboratorio di Sound Design, si prefigge di indicare un interessante percorso educativo finalizzato a sviluppare nei bambini e nei preadolescenti la sensibilità nei confronti delle opere d’arte esposte nei musei, attraverso la pratica del design sonoro. L’ autore, ben consapevole della varietà delle sue applicazioni, va più in là, mostrando nell’articolo come, in un intreccio interdisciplinare composto di teorizzazioni e competenze musicologiche, intenzionalità pedagogica e mezzi tecnologici, si possano utilizzare una diversità di strumenti hardware, software, acustici, di animazione e di ambiente sonoro, finalizzati non solo agli apprendimenti sonoromusicali, pur importanti, ma a collocarsi nel più ampio spettro di una autonomia personale dei soggetti. In questo modo, si sviluppano in loro alcune capacità come: la gestione sostenibile della performance finale, l’uso appropriato del tempo e la memorizzazione non convenzionale delle sequenze sonore, la responsabilità di assumersi la realizzazione di un obiettivo e portarlo a termine attraverso una dinamica di relazione fattiva con l’altro o con gli altri, e così via. Questo per testimoniare, ancora una volta, come il mondo del sonoro possieda una valenza educativa trasversale.

Giovanni Fasoli (Vita social e Decision making. Ipotesi di una psicopedagogia 3.0) nel suo denso contributo afferma che per poter operare con competenza in un società che egli definisce quale «multi-schermo», ci sia bisogno di un professionista post-digitale, il quale faccia riferimento ad una pedagogia in progress che si occupi di una psicologia dell’orientamento del nativo digitale. Si tratta di abituare/educare colui che vive una vita da social ad affrontare gli inevitabili scacchi della vita e a sopportare la frustrazione, per rielaborarla in senso positivo. Molta fragilità che si riscontra nei giovani dipende proprio da questa incapacità. L’ elaborazione del lutto, direbbero Freud e gli psicoanalisti. Questo percorso si traduce in un approccio integrato che metta in relazione componenti comunicative, educative e psicologiche.

Roberto Cazzanti (Droni, deterrenza e guerra. Un approccio multidisciplinare alle ragioni della pace) sottolinea la necessità di stringenti azioni educative indirizzate a contrastare la tendenza ad annullare la diversità e l’alterità in situazioni delicatissime, come le zone di guerra, facendo ricorso all’uso di robot, macchine e software in campo militare (una delle derive della tecnologia). Egli ne ravvisa le pericolose conseguenze ricordando come una rinnovata coscienza democratica e partecipativa diventi un intento emergente, accanto ad un processo fattuale di riconversione dell’industria bellica, proprio ora che siamo in un periodo storico in cui un graduale trasferimento di rappresentatività debba fluire dalle specificità nazionali agli organismi sopranazionali, con uno sguardo che ne ampi le prospettive.

Federico Battaglini (Il sapere che fa ‘la differenza’), nel suo stimolante contributo, inizia col sottolineare come l’esercizio della ragione abbia abituato l’uomo (soprattutto quello occidentale) a discriminare, a dividere in parti discrete un tutto che originariamente risulta indifferenziato, per cui l’incontro con ciò che in qualche modo non sia significabile e rappresentabile, costituisce per l’essere umano una esperienza di horror vacui: è l’esperienza del vuoto, di derivazione dai mistici della tradizione cristiana come da quelli della tradizione buddista. Battaglini da buon psicologo avverte che, dove il pensiero razionale esaurisce la propria efficacia, nasce la terza dimensione, e cioè un approccio dominato da una componente simbolica. Lo spazio cognitivo del ‘come se’, teorizzato da Winnicott, non sarebbe dunque soltanto il dominio caratteristico del gioco e dell’immaginazione ma molto di più: la capacità simbolica costituirebbe il fondamento stesso della creatività del pensiero umano e della sua capacità di astrazione. Perciò con le parole di Bateson si può dire che «I miti del pensiero simbolico fanno pensare al bozzolo filato dalla larva; senza tale riparo essa non potrebbe effettuare la sua crescita».

Marco Zuin, giovane ricercatore dello IUSVE, riporta nel suo articolo un accurato studio correlazionale sui rapporti tra intelligenza e suggestionabilità (cercando di ovviare alla poca messe di dati aggiornati in proposito, su questo tema) affermando come non esista, in generale, una connessione significativa tra queste due dimensioni. Tuttavia egli rileva interessanti osservazioni se si prendono in considerazione le variabili relative alle varie fasce di età o alle appartenenze di genere. Lungo tale disamina l’autore evince come tali variabili siano importanti soprattutto se applicate in campo psicogiuridico e consulenziale.

Di particolare rilevanza il ricordo della figura umana e professionale di Francesco Simeti, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, scritto a due mani da Umberto Fontana e da Raffaella Felisatti. Viene riportata una intervista allo studioso, intervista condotta dalla stessa Felisatti, in cui emergono le coordinate del suo pensiero ma sopratutto le vicende legate al laboratorio dell’immaginario che aveva, ed ha, lo scopo di esplorare e ricercare nei bambini i contenuti interiori, attraverso soprattutto il linguaggio non verbale. Insomma: una dovuta testimonianza.

Infine, il numero si chiude con un report: si tratta del contributo di Roberto Albarea e di Paola Ottolini (Il sistema educativo maltese: alcune osservazioni sulla scuola paritaria). Il saggio riguarda una visita di studio effettuata a Malta, insieme con alcuni insegnanti frequentanti un Executive Master, promosso ed organizzato a Padova dalla Fondazione Bortignon, con la collaborazione della FIDAE del Veneto e dello IUSVE. Le informazioni raccolte provengono da due differenti versanti: il versante istituzionale che riguarda il sistema educativo maltese nel suo complesso (incontri al Ministero dell’Istruzione) e il versante della esplorazione qualitativa su campo, attraverso una visita face to face alle scuole del sistema paritario.

La visita ha avuto anche lo scopo di avviare specifiche relazioni con le scuole, paritarie e non, dello Stato maltese, al fine di programmare periodi ed esperienze di tirocinio per gli studenti dei dipartimenti di Psicologia e Pedagogia dello IUSVE.

Questo numero, come il precedente, testimonia della varietà degli interessi di chi lavora presso lo IUSVE.