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Numero 9 - Luglio 2017

Anche questo numero di IUSVEducation si presenta con una sua eterogeneità.
Si tratta di un contesto eterogeneo, come affermano coloro che studiano i rapporti fra le differenze: differenze disciplinari, sociali, culturali, linguistiche, religiose, generazionali.
Tuttavia si possono rintracciare tre filoni trasversali che fanno raggruppare i contributi in tre sezioni.

Il primo gruppo rientra nelle dinamiche della formazione dell'identità e sulla condizione giovanile, da variegati ed interessanti punti di vista: sono gli articoli di Salvatore Capodieci, Davide Girardi, Federico Battaglini e Milly Ravagnin, Giovanni Maccagnan. La seconda sezione è rivolta a tematiche prettamente psicologiche, anche su base sperimentale: sono gli scritti puntuali di Davide Marchioro, Enrico Vettoretto, Jennifer Milan. La terza sezione affronta questioni pedagogiche attuali ed imprescindibili: si va dall'intenso e pensato articolo di Vincenzo Salerno sull'approccio neuroscientifico al rapporto tra mente, corpo e cervello, all'acuta disamina di Gabriella Burba sulla situazione attuale della scuola, alla testimonianza di Alice Pegoraro nel quadro di percorsi di educazione non formale ed informale.

L'articolo di Salvatore Capodieci (Tatuaggi e piercing. Risultati di una ricerca sul mondo giovanile) è dedicato a una riflessione sulle modificazioni corporee e, in particolare, sulla pratica sempre più diffusa di piercing e tatuaggi. Il contributo si riconduce ad una ricerca condotta su circa 1300 adolescenti dai 14 ai 19 anni del Veneto orientale, la quale mette in evidenza interessi, tempo libero, soddisfazione della propria immagine corporea e propensione al rischio, correlati alla pratica di piercing e tatuaggi. Si tratta di una esplorazione del mondo giovanile e si cerca di elaborare un approccio critico a questa pratica, vista come equivalente della ricerca di identità dell’adolescente.

Davide Girardi fornisce una ampia ed articolata trattazione, direi quasi 'crepuscolare,' della situazione dei giovani in Italia, la quale costituisce una sfida sfida verso il futuro per le forze politiche e la società nel suo complesso. L'autore esamina le tendenze demografiche di fondo, gli indici di struttura della popolazione, affronta il delicato ed urgente tema del lavoro e la migrazione giovanile verso l'estero per affermare come il Paese oggi abbia bisogno di una presa in carico delle questioni più critiche che affliggono i giovani italiani, lavorando anche, ma non solo, sugli spazi ancora residuamente positivi (la partecipazione associativa e la fiducia nell'orizzonte europeo). Si coglie nello scritto di Girardi una visione a tutto tondo della società italiana, nel tentativo di recuperare quelle fratture generazionali che si evidenziano periodicamente nelle scadenze decisionali o in particolari occasioni critiche.

Il contributo di Battaglini e Ravagnin (Dipendenti si nasce. Una buona dipendenza per una buon autonomia) si concentra sulla parola dipendenza e sul verbo dipendere, i quali possono essere usati per riferirsi a molti e differenti tipi di comportamento: si percorre un itinerario che porta a scandire e a far riflettere su legittime domande riguardanti che cosa sia la dipendenza ed in quale modo questa possa essere implicata nello sviluppo personologico e nella costruzione della propria identità. Si tratta della classica antinomia tra autonomia e dipendenza, in cui ognuna non esclude l'altra ma sono in simbiotico rapporto.

Di tutt'altro tono l'articolo (Chiudete gli occhi e vedrete) di Giovanni Maccagnan, Laurea Magistrale allo Iusve, il quale, attraverso una attenta ed accurata esplorazione della tematica del sogno, mette in evidenza come il ruolo dei sogni e la loro analisi siano un modo per creare coscienza nella vita di ciascuno, facendo riferimento al metodo di individuazione postulato da Jung. Con le parole dello stesso Jung: «Ogni sogno è un’asserzione della psiche su se stessa, e che forse, chissà, queste immagini eterne sono ciò che si chiama destino».

Davide Marchioro, da parte sua, propone uno studio clinico di caso (Una farfalla in una teca d'ambra), il quale ha comportato una riflessione su alcuni importanti aspetti che caratterizzano le dinamiche controtransferali nell'istituzione, con particolare riferimento all'esperienza vissuta da un soggetto nei servizi pubblici di cura psichiatrica. Dice Marchioro: «La realtà del paziente è leggibile anche grazie e soprattutto alle emozioni espresse o congelate, indicative del modo in cui egli sta al mondo nelle forme del suo ex-sistere, insistere e con-sistere che costituiscono gli ingredienti della sua sintassi esistenziale». Le parole qui possono essere rivelatrici ma anche umiliatrici: tutto il documento si snoda attraverso un serrato dialogo, che rimane nondimeno sospeso.

Enrico Vettoretto illustra un meritorio lavoro sperimentale (oggetto della sua tesi Magistrale allo Iusve, in Psicologia dello Sport) su Il monitoraggio dei livelli di attivazione nello sport. Assume rilevanza il monitoraggio psicofisiologico, il biofeedback, inteso come una metodologia attraverso la quale è possibile apprendere l’autocontrollo volontario di alcuni processi psicofisiologici che abitualmente sono involontari. Esso promuove la comunicazione tra la coscienza e il substrato fisiologico per permettere l’autoesplorazione dell’unità psicosomatica che è l'essere umano. L'articolo ravvisa la necessità di investigare se le diverse caratteristiche psicologiche conducano a differenti relazioni tra attivazione e performance, valutandole in condizioni stressanti o meno.

Milan Jennifer (Laurea Magistrale allo Iusve) affronta con competenza il tema dell'anoressia mentale (Anoressia mentale: il silenzioso peso della fame) illustrando un quadro clinico complesso: l'autrice ha cercato, per quanto possibile, di capire cosa vi sia dietro all’ossimoro silenzioso-urlo che ogni anoressia cela in sé. Il core della questione è rappresentato dal rapporto psiche-soma che viene focalizzato nel percorso terapeutico psicoanalitico, individuale di gruppo. In particolare la terapia di gruppo permette la presa di consapevolezza del proprio corpo, dando così al paziente, la possibilità di tornare a re-imparare ad ascoltare se stesso, a percepire le singole parti del corpo, a riconoscere le proprie emozioni. Entro tale spazio terapeutico un ruolo non secondario è assunto dalle figure familiari.

Vincenzo Salerno (Scienze cognitive e neuroscienze) si cimenta in una trattazione su come è andato costituendosi il neurosapere. L'autore è ben consapevole della difficoltà di approccio a questo articolato ed interconnesso settore di ricerca e di studio, nonché di applicazione: nei confronti delle neuroscienze si vive una sorta di spaesamento che si sviluppa nell'antinomia (antinomia fondante ogni cammino di scoperta) tra ansia di conoscenza, recante con sé una certa motivazione affascinante, e consapevolezza dei propri limiti che sfiora lo sconforto. Il contributo si appunta soprattutto sui legami tra mente corpo e cervello, ma anche tra mente e mondo, tra mente e 'gli altri', lungo una esplorazione di contributi e teorie che sono confluite nel contesto e nel paradigma neuroscientifico: la teoria dell'identità, il funzionalismo, il naturalismo biologico, la neuropsicanalisi, la neurofenomenologia. Insomma: «La coscienza che abbiamo di noi è il problema duro da risolvere»

L'acuta disamina di Gabriella Burba (Il doppio sguardo di Giano: la scuola dell'ambivalenza) sulla situazione attuale della scuola induce a riflettere sulla sua ambivalenza: dopo una breve, ma necessaria, carrellata storica e i necessari riferimenti legislativi citati ad hoc, la Burba giunge ad affermare: «La sfida che si pone oggi alla scuola è quella di superare la logica dell’aut aut, delle polarizzazioni fra visioni unilaterali: istruzione e competenze tecniche o educazione, dimensione umanistica o approccio scientifico, innovazione o tradizione, formazione culturale o professionalizzante, efficienza e valutazione dei risultati o centralità di personali e non standardizzabili percorsi di sviluppo». Si tratta di stare in bilico fra i due versanti, accettandone le reciproche influenze, pur nella specificità degli approcci e in relazione alle specifiche epistemologie (lo stesso dilemma, prima accennato, del rapporto tra autonomia e dipendenza).

Chiude il numero la testimonianza di Alice Pegoraro sull'attività della Ong Medici con l'Africa, Cuamm. L'autrice attraverso percorsi di osservazione partecipante, di intervista e colloquio, nei modi tipici di una etnografia dell'educazione, ha cercato di inquadrare la cultura organizzativa del Cuamm, verificando successivamente come questa vada ad incidere sui percorsi di formazione realizzati.

Il lettore non mancherà di trovare nella eterogeneità dei contributi alcuni richiami trasversali, così che ognuno abbia la possibilità di costruire un proprio percorso di riflessione. L'approccio alla conoscenza e la sua elaborazione non avviene più, ormai, attraverso il solo approccio molare/disciplinare, ma anche molecolare (Carmela Metelli Di Lallo, Analisi del discorso pedagogico), facendo attenzione alle interdipendenze, ai richiami, agli interstizi, alle 'zone di frontiera': questa rivista di stampo pluridisciplinare e tendenzialmente interdisciplinare vuole seguire questa strada.

La sintesi, a cura di Michele Marchetto, del convegno internazionale di studi su J.H. Newman e E. Stein, dal titolo Maestri perché testimoni, tenuto presso l'Aula Magna dell'Istituto i 19-20 gennaio 2017, e alcune recensioni chiudono il volume.

Numero 8 - Dicembre 2016

I primi quattro saggi di questa rassegna si riferiscono all’utilizzo differenziato e creativo della tecnologia. C’è come un filo rosso che tiene uniti sia gli addetti ai lavori sia coloro che hanno prevalenti altri interessi di ricerca, e così è anche per i quattro contributi, che vengono da sponde diverse. Due degli autori (Adamoli e Luca) sono docenti del Dipartimento di Scienze e Tecniche della Comunicazione dello IUSVE, un altro (Fasoli) insegna ai Dipartimenti di Psicologia e Pedagogia, il quarto (Cazzanti) è un insegnante, ricercatore esterno all’Istituto, che ha conseguito all’Università di Udine il Dottorato di Ricerca in Comunicazione Multimediale.

Matteo Adamoli (Prendersi cura della comunicazione nella rivoluzione digitale) avanza un’acuta analisi della cosiddetta rivoluzione digitale, con alcune delle sue più rilevanti conseguenze, e fa propria l’ipotesi del ruolo del comunicatore come social designer, figura non avulsa da compiti peculiarmente educativi. L’ articolo mostra come un percorso di questo tipo possa innescare circuiti di conoscenza virtuosi in cui al centro c’è l’uomo e la sua comunità di appartenenza, nella continua ricerca di promuovere relazioni umane e stili di vita più autentici condivisi.

L’ articolo di Stefano Luca, in merito alla presentazione di un laboratorio di Sound Design, si prefigge di indicare un interessante percorso educativo finalizzato a sviluppare nei bambini e nei preadolescenti la sensibilità nei confronti delle opere d’arte esposte nei musei, attraverso la pratica del design sonoro. L’ autore, ben consapevole della varietà delle sue applicazioni, va più in là, mostrando nell’articolo come, in un intreccio interdisciplinare composto di teorizzazioni e competenze musicologiche, intenzionalità pedagogica e mezzi tecnologici, si possano utilizzare una diversità di strumenti hardware, software, acustici, di animazione e di ambiente sonoro, finalizzati non solo agli apprendimenti sonoromusicali, pur importanti, ma a collocarsi nel più ampio spettro di una autonomia personale dei soggetti. In questo modo, si sviluppano in loro alcune capacità come: la gestione sostenibile della performance finale, l’uso appropriato del tempo e la memorizzazione non convenzionale delle sequenze sonore, la responsabilità di assumersi la realizzazione di un obiettivo e portarlo a termine attraverso una dinamica di relazione fattiva con l’altro o con gli altri, e così via. Questo per testimoniare, ancora una volta, come il mondo del sonoro possieda una valenza educativa trasversale.

Giovanni Fasoli (Vita social e Decision making. Ipotesi di una psicopedagogia 3.0) nel suo denso contributo afferma che per poter operare con competenza in un società che egli definisce quale «multi-schermo», ci sia bisogno di un professionista post-digitale, il quale faccia riferimento ad una pedagogia in progress che si occupi di una psicologia dell’orientamento del nativo digitale. Si tratta di abituare/educare colui che vive una vita da social ad affrontare gli inevitabili scacchi della vita e a sopportare la frustrazione, per rielaborarla in senso positivo. Molta fragilità che si riscontra nei giovani dipende proprio da questa incapacità. L’ elaborazione del lutto, direbbero Freud e gli psicoanalisti. Questo percorso si traduce in un approccio integrato che metta in relazione componenti comunicative, educative e psicologiche.

Roberto Cazzanti (Droni, deterrenza e guerra. Un approccio multidisciplinare alle ragioni della pace) sottolinea la necessità di stringenti azioni educative indirizzate a contrastare la tendenza ad annullare la diversità e l’alterità in situazioni delicatissime, come le zone di guerra, facendo ricorso all’uso di robot, macchine e software in campo militare (una delle derive della tecnologia). Egli ne ravvisa le pericolose conseguenze ricordando come una rinnovata coscienza democratica e partecipativa diventi un intento emergente, accanto ad un processo fattuale di riconversione dell’industria bellica, proprio ora che siamo in un periodo storico in cui un graduale trasferimento di rappresentatività debba fluire dalle specificità nazionali agli organismi sopranazionali, con uno sguardo che ne ampi le prospettive.

Federico Battaglini (Il sapere che fa ‘la differenza’), nel suo stimolante contributo, inizia col sottolineare come l’esercizio della ragione abbia abituato l’uomo (soprattutto quello occidentale) a discriminare, a dividere in parti discrete un tutto che originariamente risulta indifferenziato, per cui l’incontro con ciò che in qualche modo non sia significabile e rappresentabile, costituisce per l’essere umano una esperienza di horror vacui: è l’esperienza del vuoto, di derivazione dai mistici della tradizione cristiana come da quelli della tradizione buddista. Battaglini da buon psicologo avverte che, dove il pensiero razionale esaurisce la propria efficacia, nasce la terza dimensione, e cioè un approccio dominato da una componente simbolica. Lo spazio cognitivo del ‘come se’, teorizzato da Winnicott, non sarebbe dunque soltanto il dominio caratteristico del gioco e dell’immaginazione ma molto di più: la capacità simbolica costituirebbe il fondamento stesso della creatività del pensiero umano e della sua capacità di astrazione. Perciò con le parole di Bateson si può dire che «I miti del pensiero simbolico fanno pensare al bozzolo filato dalla larva; senza tale riparo essa non potrebbe effettuare la sua crescita».

Marco Zuin, giovane ricercatore dello IUSVE, riporta nel suo articolo un accurato studio correlazionale sui rapporti tra intelligenza e suggestionabilità (cercando di ovviare alla poca messe di dati aggiornati in proposito, su questo tema) affermando come non esista, in generale, una connessione significativa tra queste due dimensioni. Tuttavia egli rileva interessanti osservazioni se si prendono in considerazione le variabili relative alle varie fasce di età o alle appartenenze di genere. Lungo tale disamina l’autore evince come tali variabili siano importanti soprattutto se applicate in campo psicogiuridico e consulenziale.

Di particolare rilevanza il ricordo della figura umana e professionale di Francesco Simeti, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, scritto a due mani da Umberto Fontana e da Raffaella Felisatti. Viene riportata una intervista allo studioso, intervista condotta dalla stessa Felisatti, in cui emergono le coordinate del suo pensiero ma sopratutto le vicende legate al laboratorio dell’immaginario che aveva, ed ha, lo scopo di esplorare e ricercare nei bambini i contenuti interiori, attraverso soprattutto il linguaggio non verbale. Insomma: una dovuta testimonianza.

Infine, il numero si chiude con un report: si tratta del contributo di Roberto Albarea e di Paola Ottolini (Il sistema educativo maltese: alcune osservazioni sulla scuola paritaria). Il saggio riguarda una visita di studio effettuata a Malta, insieme con alcuni insegnanti frequentanti un Executive Master, promosso ed organizzato a Padova dalla Fondazione Bortignon, con la collaborazione della FIDAE del Veneto e dello IUSVE. Le informazioni raccolte provengono da due differenti versanti: il versante istituzionale che riguarda il sistema educativo maltese nel suo complesso (incontri al Ministero dell’Istruzione) e il versante della esplorazione qualitativa su campo, attraverso una visita face to face alle scuole del sistema paritario.

La visita ha avuto anche lo scopo di avviare specifiche relazioni con le scuole, paritarie e non, dello Stato maltese, al fine di programmare periodi ed esperienze di tirocinio per gli studenti dei dipartimenti di Psicologia e Pedagogia dello IUSVE.

Questo numero, come il precedente, testimonia della varietà degli interessi di chi lavora presso lo IUSVE.

Numero 7 - Luglio 2016

Nella miscellanea di questo numero della rivista (il settimo) sono presenti, come d'obbligo, le tre 'anime' dello IUSVE, ma vi sono anche apporti provenienti da altre fonti.
Ci sono articoli stesi da docenti dell'Istituto: Paolo Schianchi, Cristiano Dalpozzo, Francesco Pira, (Dipartimento di Scienze e Tecniche
della Comunicazione di Mestre e Verona), Beatrice Signorotto e Lara Fressini (Dipartimento di Psicologia), Laura Elia (Dipartimento di Pedagogia).
A questi si aggiungono i contributi di ricercatori e docenti esterni all'Istituto: María José García Ruiz, Marta López-Jurado Puig,
Ma Carmen Ortega Navas, Nuria Riopérez Losada (della UNED, Universidad Nacional de Educación a distancia, di Madrid), Maria Jesus Cueto Puente (Università Basca di Bilbao), Sabino de Juan Lopez e Patricia Revuelta Mediavilla, CES Don BOSCO di Madrid.

In ne sono da segnalare due apporti di ex studenti dell'Istituto di Venezia e delle IUS aggregate, che si sono distinti per tesi magistrali particolarmente accurate ed interessanti, dalle quali essi hanno tratto gli articoli: Michele Canella (UPS – Facoltà di Teologia – Sezione di Torino) e Sergio Della Valle (IUSVE).
Si tratta di temi che si intersecano e si incontrano secondo punti di vista diversi. Al lettore è dedicata questa fatica di cogliere le varie interdipendenze fra i prodotti presentati ma lo stesso viene anche interpellato per arrivare a quella 'gioia del conoscere' necessaria ad ogni itinerario di autoeducazione.
Paolo Schianchi (Come il web ha cambiato la nostra creatività), si domanda come funziona, dove agisce e dove si realizza l'atto creativo dopo l'avvento del web, mostrando come l'immagine diventi la nuova frontiera per i creativi.

Cristiano Dalpozzo (Lo sguardo pensante) illustra una sintesi mirata sul rapporto cinema/educazione in vista di una proposta che concepisce lo sguardo educato sia al cinema che dal cinema. Francesco Pira (Da consumatori passivi a consumatori critici e autori consapevoli) evidenzia come siano cambiate, nell'era social, le relazioni e la ricerca della propria identità tra i giovani, con risvolti interessanti nei confronti del mondo adulto.
Beatrice Signorotto e Lara Fressini espongono un tema che sta emergendo nell’ambito degli addetti ai lavori e che riguarda la psicologia del coaching, così come esso si è sviluppato nel tempo e nei contesti internazionali, mentre Laura Elia riporta un interessante contributo sui giochi di simulazione e mostra come, da una pluriennale esperienza sul campo, il gioco sia un potente strumento per educare alla solidarietà e alla cosiddetta cittadinanza attiva.

Di particolare rilevanza i tre articoli 'spagnoli'.
Maria Josè Garcia Ruiz (e collaboratrici) si accinge ad una acuta disamina di come la dimensione comparativa dell'educazione sia traslata dal moderno al postmoderno, con evidenti implicazioni scienti che e educative, mentre l'esperienza di Pop-Up di Maria Jesus Cueto Puente illustra l'attività di un laboratorio interdisciplinare di produzione e di espressione artistica, che favorisce una predisposizione creativa negli studenti di Belle Arti.
Il contributo di Sabino de Juan e di Patricia Revuelta Mediavilla, in sintonia e in ideale continuazione con l'articolo apparso sul numero scorso di IUSVEducation, dimostra come la tematica sui diritti umani costituisca un caposaldo della pedagogia salesiana e del suo sistema preventivo, nella triplice tensione tra: individuo/sistema, libertà/ sicurezza, universalismo astratto e particolarismo delle identità. Michele Cannella (La formazione cristiana della coscienza secondo Romano Guardini) ci introduce all'humus filosofico del teologo italotedesco, su un tema a lui particolarmente caro.
Infine, il contributo di Sergio Della Valle affronta una tematica estremamente attuale: esso si concentra sulle professioni di aiuto e
di cura, sottolineandone gli aspetti riflessivo/circolari, sostenibili e generativi.
Le recensioni in ne fascicolo riportano riflessioni che possono avere significativi richiami con gli articoli di cui si è detto.
Mi auguro, insieme al comitato di redazione, che il numero sia di proficuo interesse per tutti.